SE RACCONTERÒ FANDONIE, NON SARÀ UNA NOVITÀ…


Mol­ti ragaz­zi, rispon­den­do a bru­cia­pe­lo alla insi­dio­sa doman­da riguar­do all’opportunità di ave­re un sosia, affer­ma­no con deci­sio­ne: “como­do un dop­pio di sé da far par­te­ci­pa­re al pro­prio posto a tut­te le situa­zio­ni poco pia­ce­vo­li, come a scuo­la nei gior­ni di inter­ro­ga­zio­ne!”. Di fron­te a un con­sen­so tan­to alto, è sem­pre bene anda­re un po’ in pro­fon­di­tà e lo fac­cia­mo oggi, gui­da­ti dal­la intel­li­gen­te levi­tà di una com­me­dia lati­na che di Sosia è pro­prio la mam­ma: l’Amphi­truo di Plau­to. Sosia, con la s maiu­sco­la, per­ché da nome pro­prio del famo­so ser­vo è dive­nu­to poi il geni­to­re di tut­ti i dop­pi, di tut­te le copie iden­ti­che di una per­so­na. Vedia­mo in che senso…

Sia­mo a Tebe e Sosia è il ser­vo del gene­ra­le Anfi­trio­ne che tor­na a casa vin­ci­to­re dopo aver scon­fit­to i Tele­boi, strin­gen­do nel­le mani come tro­feo la cop­pa d’oro strap­pa­ta dal­le mani del re Pte­re­la. Ad acco­glie­re sul­la sce­na gli spet­ta­to­ri – e noi, let­to­ri moder­ni – è il dio Mer­cu­rio che di Sosia ha assun­to l’aspetto per asse­con­da­re i capric­ci amo­ro­si del padre, il gran­de Gio­ve, che que­sta vol­ta si è inva­ghi­to del­la bel­la e nobi­le Alc­me­na. A chi fre­quen­ta la mito­lo­gia clas­si­ca sono fami­lia­ri i tra­di­men­ti di Gio­ve e le meta­mor­fo­si, gra­zie alle qua­li avvi­ci­na impu­ne­men­te le dee e le don­ne ogget­to dei suoi desideri.
Si fa sati­ro per con­qui­sta­re Anti­o­pe, figlia del re di Tebe; si fa cigno per la bel­la Leda, toro per Euro­pa; si fa piog­gia d’oro per rag­giun­ge­re Danae, figlia del re di Argo, chiu­sa in una tor­re. Per cir­cui­re Cal­li­sto, sacer­do­tes­sa di Arte­mi­de, assu­me l’aspetto del­la dea stes­sa. E, per la pri­ma e uni­ca vol­ta, ecco­lo uomo in car­ne e ossa per gode­re dell’amore di Alc­me­na, figlia del re di Mice­ne: Gio­ve è diven­ta­to il coman­dan­te Anfi­trio­ne e, quan­do la com­me­dia ha ini­zio, ecco­lo lì a gia­ce­re feli­ce con l’ignara moglie del mili­ta­re, goden­do di una not­te che, per suo stes­so coman­do, si pro­lun­ga per il tem­po di tre not­ti intere…
È famo­so e impor­tan­te il lun­go pro­lo­go del­la com­me­dia, reci­ta­to da Mer­cu­rio che, da subi­to, mischia magi­stral­men­te i pia­ni del­la real­tà e del­la fin­zio­ne, intes­sen­do con il pub­bli­co un dia­lo­go, pre­gno di miste­ro e di iro­nia. L’idea di usci­re momen­ta­nea­men­te dal pia­no del­la reci­ta­zio­ne per rivol­ger­si alla real­tà degli spet­ta­to­ri avrà for­tu­na in tut­to la sto­ria suc­ces­si­va del tea­tro: ne sarà mae­stro Sha­ke­spea­re, ma è anche quel­lo che ha fat­to anche Matil­de, nel­la sua gran­de inter­pre­ta­zio­ne di Gali­leo, nel­lo spet­ta­co­lo NOI Ener­gia del­lo scor­so anno.
Mer­cu­rio dichia­ra subi­to che il padre lo man­da a pre­ga­re che tut­to si svol­ga con rego­la­ri­tà e one­stà, che nes­su­no paghi gli spet­ta­to­ri per­ché applau­da­no o esal­ti­no la reci­ta­zio­ne di un atto­re più che di un altro: suo padre ha pau­ra di un insuc­ces­so e ha tra­smes­so que­sto timo­re anche a lui… ma come? Può il padre degli dèi ave­re pau­ra di una sem­pli­ce reci­ta? Sì che è pos­si­bi­le, per­ché Gio­ve in que­sta tra­ge­dia è un atto­re: Iup­pi­ter facit histrio­niam, nel dupli­ce sen­so meta-tea­tra­le (un atto­re uma­no inter­pre­ta il dio) e, al con­tem­po, nell’inganno teso a Anfi­trio­ne (il dio inter­pre­ta un uma­no)! A que­sto pastic­cio si aggiun­ge un’altra doman­da: per­ché tra­ge­dia? il pub­bli­co ha paga­to per assi­ste­re a una com­me­dia e sa bene che dèi ed eroi si cimen­ta­no solo con l’alta mate­ria tra­gi­ca. Come stan­no le cose? «Sono un dio – ras­si­cu­ra Mercurio/Sosia – e pos­so cam­bia­re. Cono­sco i vostri gusti: ne farò un’opera mista, una tra­gi­com­me­dia» (tra­gi­co­moe­dia è l’ingegnoso neo­lo­gi­smo plau­ti­no). Oggi dun­que va in sce­na una pri­ma asso­lu­ta: la pri­ma tra­gi­com­me­dia del­la let­te­ra­tu­ra, un intrec­cio comi­co con per­so­nag­gi tra­gi­ci. Tut­to sem­bra tra­ma­re per con­fon­de­re i pove­ri spet­ta­to­ri e, con loro, noi pic­co­li acca­de­mi­ci del XXI seco­lo, insie­me, ovvia­men­te, agli igna­ri Anfi­trio­ne, Sosia e Alcmena.
Nel cuo­re dell’interminabile not­te, giun­ge il vero Anfi­trio­ne, rien­tra­to a Tebe con il suo eser­ci­to vit­to­rio­so e man­da avan­ti il vero ser­vo Sosia ad annun­cia­re il suo arri­vo ad Alc­me­na. Qui le cose si com­pli­ca­no: il vero ser­vo rima­ne com­ple­ta­men­te scon­vol­to nel veder­si dinan­zi un altro se stes­so che lo minac­cia e lo per­cuo­te; rinun­cia a bus­sa­re alla por­ta e rac­con­ta l’accaduto al padro­ne, il qua­le, non cre­den­do­gli, va su tut­te le furie, pen­sa che il mal­ca­pi­ta­to ser­vo sia impaz­zi­to o ubria­co o abbia sogna­to, lo insul­ta pesan­te­men­te e lo pic­chia anche lui. Quan­do Anfi­trio­ne rag­giun­ge casa, si sca­te­na il gio­co degli equi­vo­ci. Il mari­to accu­sa la moglie di adul­te­rio, nono­stan­te lei giu­ri di non aver­lo mai tra­di­to. Alla fine, Gio­ve, facen­do udi­re dal cie­lo la pro­pria voce insie­me al tuo­no, sve­la l’inganno e Anfi­trio­ne, più devo­to che orgo­glio­so, si dichia­ra ono­ra­to che Gio­ve, il padre degli dèi e degli uomi­ni, abbia scel­to sua moglie come aman­te. La vicen­da si con­clu­de­rà con la nasci­ta di due gemel­li: Ifi­cle, figlio di Anfi­trio­ne, e Erco­le, con­ce­pi­to da Giove.

Con i ragaz­zi ci sof­fer­mia­mo sul pri­mo, diver­ten­te e tra­gi­co incon­tro tra il vero Sosia (il ser­vo di Anfi­trio­ne) e il suo sosia (Mer­cu­rio, agli ordi­ni di Gio­ve). Il gio­co lin­gui­sti­co tra l’originale e la copia, di cui Mer­cu­rio, l’unico a cono­sce­re come stan­no le cose, detie­ne la chia­ve, ammic­ca a noi spet­ta­to­ri: le fra­si diven­ta­no ambi­gue e il pove­ro ser­vo di Anfi­trio­ne (cer­to, non un san­to e nep­pu­re un genio) è vit­ti­ma tan­to del lin­guag­gio, quan­to del­le bot­te che rice­ve gene­ro­sa­men­te dal suo dop­pio. L’esperienza di Sosia è quel­la di non rico­no­sce­re più la sua veri­tà, di esse­re espo­sto a una pro­fon­da cri­si di sé, quel­la stes­sa che nel­la nostra lin­gua defi­nia­mo stra­nia­men­to o estra­nia­zio­ne. Bat­tu­to e mani­po­la­to, egli diven­ta il model­lo di ogni espe­rien­za di dop­pio che la let­te­ra­tu­ra e l’arte ci pro­por­ran­no da qui in poi. Nel dop­pio, infat­ti, c’è sem­pre un’ombra di morte.
Discu­tia­mo, dun­que, con i ragaz­zi su que­sta stra­na figu­ra. Matil­de rico­no­sce che, nel­la fin­zio­ne, capi­ta tal­vol­ta di rima­ne­re impri­gio­na­ti e di vive­re vere e pro­prie for­me di esa­spe­ra­zio­ne: mano a mano che si entra nel­la men­zo­gna, è sem­pre più dif­fi­ci­le uscir­ne. For­se, in qual­che misu­ra, le nostre paro­le sono sem­pre in par­te men­zo­gne­re, per­ché non coin­ci­do­no mai con la real­tà: il sin­tag­ma ‘mela’, non si man­gia, non ha pro­fu­mo e non mar­ci­sce. Eppu­re, qual­che vol­ta, come nel caso del­la tra­gi­com­me­dia, le paro­le diven­ta­no real­tà nostro mal­gra­do, pro­prio come le bot­te che Mer­cu­rio dà a Sosia. 

Tor­nia­mo, però, al sogno di ave­re un dop­pio. Mor­ga­na lo man­de­reb­be a fare le cose più noio­se e che tut­ta­via richie­do­no la tua pre­sen­za, ma Matil­de intui­sce che mai si ha la cer­tez­za che un’esperienza sia solo nega­ti­va: con­ce­den­do­la al pro­prio sosia, si cor­re sem­pre il rischio di per­der­si qual­co­sa di bel­lo. Emma, simil­men­te, imma­gi­na che un dop­pio pos­sa ingar­bu­gliar­le la vita, crea­re situa­zio­ni di cui lei non è a cono­scen­za o comun­que che non sono in suo pote­re. Adham, con il suo con­sue­to acu­me, sostie­ne che se un dop­pio di sé è a sua vol­ta un indi­vi­duo libe­ro, allo­ra il disac­cor­do non solo è pos­si­bi­le, ma inevitabile.
L’esperienza più simi­le al dop­pio è quel­la dei gemel­li; non ne abbia­mo in Pic­cio­let­ta bar­ca, ma Gabriel ci rac­con­ta del­la sua mam­ma e del­la zia, che sono gemel­le e che, lo sap­pia­mo bene, si asso­mi­glia­no mol­tis­si­mo, ben­ché una sia più estro­ver­sa e una più timi­da: quan­do quest’ultima è in sce­na, chi la con­fon­de per la gemel­la, teme che le sia acca­du­to qual­co­sa di tri­ste. Cer­to è che i gemel­li (e anche i fra­tel­li) fan­no di tut­to, il più del­le vol­te, per esse­re diver­si, nel­la pre­te­sa, dice Alan, che ognu­no ha di esse­re uni­co e con la pau­ra, con­clu­de Samue­le, di esse­re scam­bia­ti per qual­cu­no che non siamo. 



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