LE PAROLE SONO IMPORTANTI – La Piccioletta Barca


Non abbia­mo, in Pic­cio­let­ta bar­ca, un ana­li­sta o un esper­to di poli­ti­ca inter­na­zio­na­le e nes­su­no di noi è in gra­do – ammes­so che qual­cu­no, oggi, lo sia – di leg­ge­re con sicu­rez­za ciò che sta acca­den­do in que­ste set­ti­ma­ne nel­la sce­na glo­ba­le. Assi­stia­mo, come tut­ti, alla len­ta e ine­so­ra­bi­le cadu­ta dei rife­ri­men­ti che, nei decen­ni pas­sa­ti, ci han­no per­mes­so di capi­re qual­co­sa: è come se scom­pa­ris­se­ro gli assi car­te­sia­ni che ci per­met­te­va­no di pren­de­re le misu­re con il gran­de mon­do del­la geo­po­li­ti­ca. Leg­gia­mo, come mol­ti, ana­li­si e con­tro-ana­li­si e ci ritro­via­mo in un ine­di­to sta­to di incer­tez­za: fir­me sti­ma­te sosten­go­no posi­zio­ni dia­me­tral­men­te oppo­ste sull’Ucraina, sugli Sta­ti Uni­ti, sul­la tra­ge­dia del­la Pale­sti­na e di Israe­le. La com­ples­si­tà del mon­do non è mai sta­to un con­cet­to così tan­gi­bi­le. Altret­tan­to tan­gi­bi­le è la per­ce­zio­ne che, in que­sto modo, ne vada dell’idea stes­sa di veri­tà, del­la pre­te­sa stes­sa che una qual­che veri­tà effet­ti­va­men­te esi­sta. Pro­prio ieri, par­lan­do di leg­ge con i ragaz­zi, uno di loro ha avan­za­to l’idea che non esi­sta un con­fi­ne net­to tra il bene e il male per­ché, in fon­do, alcu­ne per­so­ne pos­so­no chia­ma­re male ciò che altri riten­go­no esse­re un bene. Affer­ma­zio­ni come que­sta non pos­so­no esse­re pre­se sot­to­gam­ba, per­ché un gio­va­ne con­vin­to di non aver tito­lo per distin­gue­re il bene dal male diven­ta faci­le pre­da di chi voglia approfittarne. 

Rispon­de­re a que­sti ragaz­zi ci chie­de di assu­me­re una postu­ra qua­si impos­si­bi­le: non pos­sia­mo dare ai ragaz­zi giu­di­zi affret­ta­ti su sce­na­ri com­ples­si, ma non pos­sia­mo nep­pu­re tace­re. Tace­re, in effet­ti, ci pare esse­re diven­ta­ta la ten­ta­zio­ne di tan­ti adul­ti. Degli adul­ti buo­ni, quel­li intel­li­gen­ti, quel­li che rifiu­ta­no il con­tra­sto del­le opi­nio­ni, dei discor­si da bar, del tifo da sta­dio o da tastie­ra che sem­bra appas­sio­na­re tut­ti gli altri. Come se l’alternativa al gri­do fos­se il silen­zio, la paro­la sof­fo­ca­ta, la resa. Alcu­ni ragaz­zi ci han­no rac­con­ta­to, per esem­pio, che quest’anno la Gior­na­ta del­la Memo­ria è tra­scor­sa nel silen­zio, così come la Gior­na­ta con­tro la vio­len­za sul­le don­ne, qual­che mese fa. Dif­fi­ci­le bia­si­ma­re trop­po gli inse­gnan­ti: que­sti temi sono diven­ta­ti divi­si­vi, meglio rifu­giar­si nel­la tri­go­no­me­tria o nel­la cara vec­chia foto­sin­te­si clo­ro­fil­lia­na. Inve­ce, tace­re non si può. Par­la­re di ciò di cui non si può par­la­re, tal­vol­ta, non è solo un’opzione: è un com­pi­to. Per far­lo, in que­ste set­ti­ma­ne, abbia­mo tro­va­to due allea­ti, che vi vor­rem­mo presentare. 

Il pri­mo allea­to è il lin­guag­gio. Non sap­pia­mo esat­ta­men­te qua­li rea­li scel­te poli­ti­che si nascon­da­no die­tro alle minac­ce del pre­si­den­te o del dit­ta­to­re di tur­no: c’è chi le ritie­ne sola­men­te par­te di un gran­de gio­co poli­ti­co, una stra­te­gia comu­ni­ca­ti­va. Ma sap­pia­mo che le paro­le, i gesti, gli slo­gan han­no un effet­to imme­dia­to nel discor­so comu­ne e, soprat­tut­to, nel­la men­te di un gio­va­ne in ascol­to. Che la paro­la depor­ta­zio­ne sia entra­ta da alcu­ni mesi nel discor­so di un pae­se demo­cra­ti­co, che la paro­la ritar­da­to ven­ga dife­sa da un uomo poli­ti­co come un dirit­to o che cir­co­li un video in cui un inte­ro pae­se – un pae­se dove vivo­no due milio­ni di uomi­ni, don­ne e bam­bi­ni – vie­ne tra­sfor­ma­to in una sor­ta di Las Vegas… tut­to que­sto ha già un effet­to. È già suc­ces­so, ha già supe­ra­to la mem­bra­na dell’ascolto e del­lo sguar­do, è già entra­to nei loro cuo­ri: le bom­be che cado­no attor­no a noi non pro­du­co­no (anco­ra, for­tu­na­ta­men­te) cra­te­ri nel­le cit­tà, ma nel discor­so comu­ne apro­no vora­gi­ni. Per que­sto non si può tace­re. Ave­re come allea­to il lin­guag­gio signi­fi­ca ricor­da­re ai ragaz­zi che la scel­ta di non pro­nun­cia­re alcu­ne paro­le ha avu­to un prez­zo mol­to alto. Per esem­pio, la scel­ta di riget­ta­re il fasci­smo – come è scrit­to nel­la nostra Costi­tu­zio­ne – è costa­ta milio­ni di vite. La scel­ta di non far coin­ci­de­re una per­so­na con la sua disa­bi­li­tà (han­di­cap­pa­to, ritar­da­to, imbe­cil­le) è costa­ta l’impegno di gene­ra­zio­ni di uomi­ni e di don­ne che, come Fran­co Basa­glia nel nostro Pae­se, han­no spe­so la vita a com­bat­te­re i pre­giu­di­zi più radi­ca­ti. La scel­ta di non ridur­re la poli­ti­ca alla leg­ge del più for­te è costa­ta due seco­li di sto­ria ita­lia­na, nel pas­sag­gio dal feu­da­le­si­mo all’epoca dei Comu­ni e poi, di nuo­vo, mol­ti altri seco­li di sto­ria euro­pea e mon­dia­le. «Le paro­le sono impor­tan­ti», urla­va a bor­do di un’improbabile pisci­na il pro­ta­go­ni­sta di Palom­bel­la ros­sa (Nan­ni Moret­ti, 1989), «chi par­la male pen­sa male». Anche i gesti sono impor­tan­ti: quan­do ero bam­bi­no, per anda­re in Fran­cia dove­vo cam­bia­re la mone­ta e pre­pa­ra­re il pas­sa­por­to; oggi mi basta pren­de­re l’auto: anche que­sto ha avu­to un costo. Le paro­le sono impor­tan­ti e, pro­prio quan­do le situa­zio­ni sono con­fu­se, dedi­car­si alle paro­le è una for­ma infal­li­bi­le di resi­sten­za. Duran­te la più gran­de cri­si dell’Occidente, dopo la cadu­ta dell’Impero roma­no, un grup­po spa­ru­to di uomi­ni e don­ne, nei mona­ste­ri, ha dedi­ca­to la vita a sal­va­re le paro­le dall’oblio. For­se noi pos­sia­mo far­lo con una spe­sa mino­re: un po’ di atten­zio­ne per rico­no­sce­re il bene che ci cir­con­da, un po’ di tem­po per ascol­ta­re, un costan­te dia­lo­go con noi stes­si e poi il corag­gio di dire la nostra opi­nio­ne, sen­za gri­dar­la in fac­cia a nessuno. 

Il secon­do allea­to, for­mi­da­bi­le, sono i ragaz­zi. Trop­po spes­so finia­mo per imma­gi­na­re che l’educazione sia anzi­tut­to affi­da­ta alle nostre abi­li­tà comu­ni­ca­ti­ve, alla chia­rez­za del­le nostre idee, alla capa­ci­tà di stu­pir­li. Non è così: al cuo­re di ogni rela­zio­ne edu­ca­ti­va ci sono anche loro, con la loro sen­si­bi­li­tà, la loro intel­li­gen­za, la loro voglia di capi­re meglio. E con il loro baga­glio di espe­rien­ze da por­ta­re, sem­pre. Il con­fron­to tra le idee di un libro e la vita quo­ti­dia­na non è una stra­te­gia per far com­pren­de­re meglio le lezio­ni o per attua­liz­za­re teo­rie del pas­sa­to: è il luo­go rea­le in cui i nodi appa­ren­te­men­te ine­stri­ca­bi­li del­la real­tà inco­min­cia­no a scio­glier­si. A chi, ieri, soste­ne­va che la veri­tà non esi­ste, abbia­mo chie­sto come mai, allo­ra, tut­ti pian­gia­mo per la mor­te di una per­so­na cara o ci inna­mo­ria­mo, tut­ti spe­ri­men­tia­mo la gio­ia o la noia, la bel­lez­za di un’amicizia o la soli­tu­di­ne. Alla fine del discor­so il ragaz­zo era con­vin­to, non da noi, ma da ciò che la sua gio­va­ne vita ha già scrit­to, inde­le­bi­le, in lui. Ave­re i ragaz­zi come allea­ti signi­fi­ca anche con­ce­der­si il lus­so di dire loro che non abbia­mo tut­te le rispo­ste, ma che pos­sia­mo pro­va­re a cer­car­le insie­me, per­ché così gli esse­ri uma­ni han­no sem­pre fat­to, ogni vol­ta che si sono tro­va­ti di fron­te alla spro­por­zio­ne del com­pi­to del­la sto­ria. Signi­fi­ca con­fes­sa­re loro che non abbia­mo chia­ro il futu­ro del nostro pic­co­lo cen­tro cul­tu­ra­le, ma che non sarà sen­za di loro.
Non ci è mai capi­ta­to che, di fron­te a que­sto, qual­cu­no pro­te­stas­se, si scan­da­liz­zas­se o si dimo­stras­se disin­te­res­sa­to. Soprat­tut­to, non ci è mai capi­ta­to di tor­na­re a casa sen­za la cer­tez­za che, gra­zie a loro – alla fac­cia di chi vuol con­vin­cer­ci che il bene e il male non esi­sto­no – riu­sci­re­mo a capir­ci qual­co­sa anche noi. E che, per noi, far­lo insie­me a loro è la cosa più importante. 



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