UN ANNO DI ENERGIA – La Piccioletta Barca


Lascia­re a Dan­te l’ultima paro­la non signi­fi­ca chiu­de­re un argo­men­to, né rite­ne­re che non ci sia altro da dire, né tan­to meno pen­sar­si ormai suf­fi­cien­te­men­te esper­ti per pas­sa­re ad altro. La paro­la som­ma, quel­la del Som­mo poe­ta, non è mai la paro­la ulti­ma, per­ché essa spa­lan­ca al pen­sie­ro, non all’indottrinamento.
Per que­sto sia­mo soli­ti dedi­ca­re l’ultimo incon­tro dell’anno a una ripre­sa e insie­me a un rilan­cio. Una ripre­sa per­ché, come in un brac­cia­let­to pie­no di per­li­ne, recu­pe­ra­re il filo è il modo miglio­re per chiu­de­re con un nodo la ric­chez­za accu­mu­la­ta. Un rilan­cio per­ché le cose impa­ra­te ci lascia­no pri­ma di tut­to il com­pi­to di pen­sa­re oltre e di pen­sa­re meglio.
Lo fac­cia­mo riper­cor­ren­do le paro­le che, di ope­ra in ope­ra, si sono aggiun­te al nostro pic­co­lo voca­bo­la­rio dell’energia. Quan­do, otto mesi fa, abbia­mo annun­cia­to il tema, i ragaz­zi ci ave­va­no sor­pre­so pro­po­nen­do paro­le come «dif­fe­ren­za, feli­ci­tà, vita». Ave­va­no intui­to che non ci sarem­mo limi­ta­ti a par­la­re dell’energia fisi­ca e avrem­mo lascia­to ampio spa­zio a quell’en– che ne carat­te­riz­za il nome stesso.
Rifac­cia­mo da capo la stra­da del nostro gio­iel­lo, per­li­na dopo per­li­na. Abbia­mo inco­min­cia­to a distin­gue­re i tre cam­mi­ni che gli esse­ri uma­ni han­no per­cor­so per par­la­re di ener­gia: il mito, la filo­so­fia e la scien­za. Nel pri­mo abbia­mo visto accre­scer­si i rac­con­ti di crea­zio­ne: dall’energia come lot­ta (nei miti babi­lo­ne­si) all’energia dell’eros (per i Gre­ci), fino al gio­co lie­to del­la Sapien­za (nel mito biblico).
Sia­mo poi pas­sa­ti alla filo­so­fia, che cer­ca nel ragio­na­men­to quell’universalità che le sto­rie dei miti non con­ce­do­no. Abbia­mo capi­to che da subi­to il pen­sie­ro filo­so­fi­co affron­ta le para­dos­sa­li ten­sio­ni tra epi­ste­me e doxa, mon­do idea­le e mon­do del­le cose; ci sia­mo appas­sio­na­ti ad Ari­sto­te­le e alla sua idea del Som­mo Bene come gran­de moto­re fina­le del­la sto­ria: abbia­mo riflet­tu­to su come un gran­de desi­de­rio pos­sa per­met­te­re a chiun­que di rag­giun­ge­re le mete più ardite.
Infi­ne, con il Gali­leo di Ber­told Bre­cht, abbia­mo segui­to la svol­ta scien­ti­fi­ca, dove l’essere uma­no può final­men­te cre­de­re a ciò che vede e non ha biso­gno di tuto­ri o di sacer­do­ti che gli indi­chi­no la stra­da: la gran­dez­za di Gali­leo è la sua capa­ci­tà di ren­de­re suo inter­lo­cu­to­re per­si­no il gio­va­nis­si­mo Andrea, suo garzone.
Il mito, la filo­so­fia e la scien­za non sono nemi­ci, non si sono pas­sa­ti il testi­mo­ne: chi voglia pen­sa­re può attin­ge­re alle gran­di sto­rie, alla pro­fon­di­tà dei ragio­na­men­ti, al rigo­re dell’esperimento.
Ed è pro­prio con que­sti stru­men­ti che inco­min­cia­mo a guar­da­re le diver­se ener­gie, cer­can­do nell’esperienza quo­ti­dia­na le più sor­pren­den­ti e, soprat­tut­to quel­le che più ci dan­no a pensare.
La pri­ma è l’energia del­la natu­ra. Con Leo­par­di abbia­mo intui­to che la natu­ra non è costrui­ta attor­no all’essere uma­no, non ha noi come suo prin­ci­pa­le sco­po: per que­sto non pos­sia­mo chie­de­re al mon­do natu­ra­le e alla sua ener­gia di rispon­de­re del signi­fi­ca­to e del sen­so del­la vita. Quel­lo, è com­pi­to nostro e nes­su­no ci può sosti­tui­re. Tho­reau, uno dei fon­da­to­ri dell’ecologia moder­na, ha vis­su­to in un ter­ri­to­rio di con­fi­ne tra la natu­ra e la cul­tu­ra: non ha mai chie­sto alla pri­ma di gui­da­re la secon­da, ma di fun­ge­re da spec­chio cri­ti­co del mon­do cul­tu­ra­le, per­ché gli uma­ni potes­se­ro scor­ge­re, nel con­tra­sto con la natu­ra, tut­te le loro con­trad­di­zio­ni. La musi­ca di Ger­sh­win e il Jazz ci han­no intro­dot­to a un’altra ener­gia: quel­la del­la cit­tà moder­na, cosmo­po­li­ta e plu­ra­le, pie­na di con­ta­mi­na­zio­ni fecon­de. Anco­ra la musi­ca ci ha accom­pa­gna­to sul­la soglia di un altro tipo di ener­gia: quel­la del cor­po uma­no. Insie­me a Tchai­ko­v­sky, sono sta­te le sta­tue di Rodin a ripor­ta­re la nostra atten­zio­ne alla bel­lez­za e alla for­za del cor­po uma­no. Pro­prio il cor­po è sta­to mes­so in gio­co dal­la mag­gior par­te dei ragaz­zi con il lavo­ro tea­tra­le sul Vajont.
La testi­mo­nian­za del­le vit­ti­me di que­sta tra­ge­dia e la tena­cia dei super­sti­ti, che non han­no volu­to abban­do­na­re la loro mon­ta­gna, è sta­to un esem­pio di un’energia par­ti­co­la­re: quel­la dei debo­li. Franz Wer­fel, nel suo testo I qua­ran­ta gior­ni del Mus­sa Dagh, dedi­ca­to alla resi­sten­za degli arme­ni duran­te il geno­ci­dio, ci ha descrit­to que­sto gene­re di ener­gia fin nei det­ta­gli. È un corag­gio ina­spet­ta­to, nel qua­le cor­po e men­te si uni­sco­no per far fron­te all’ingiustizia. Una resi­sten­za quo­ti­dia­na, che trae for­za dai gesti più pic­co­li e nor­ma­li e che è in gra­do di sma­sche­ra­re la fra­gi­li­tà dei violenti.
Più miste­rio­sa è l’energia che vie­ne dall’amore, ma un gran­de amo­re dovreb­be poter­si rico­no­sce­re pro­prio in vir­tù dell’energia poten­zia­le in ogni aman­te che mira­co­lo­sa­men­te lo con­du­ce là dove mai avreb­be imma­gi­na­to, in un dispie­gar­si di talen­ti che resta­no anche quan­do l’amore fini­sce: è vero amo­re, dicia­mo ai ragaz­zi, quan­do si diven­ta miglio­ri. Così è la sto­ria di Mar­tin Eden, una sor­ta di alter ego dell’autore Jack Lon­don: l’amore di Ruth risve­glia le miglio­ri ener­gie di Mar­tin, gli per­met­te di sco­pri­re la sua stra­da, seb­be­ne fini­sca per con­su­mar­lo irri­me­dia­bil­men­te. Così è anche la sto­ria di Beren e Luthien, mor­ta­le lui, immor­ta­le lei, che dopo mil­le avven­tu­re che non si smet­te­ran­no mai di can­ta­re, con­di­vi­do­no con amo­re la con­di­zio­ne mor­ta­le e il limi­te che essa impone.
Dopo aver riper­cor­so il filo dell’anno, pro­via­mo a guar­da­re le paro­le si sono aggiun­te e fac­cia­mo un bilan­cio del nostro voca­bo­la­rio sull’energia. Ci accor­gia­mo che quel­le che più sono ricor­se sono due: tem­po e cam­bia­men­to. L’energia più bel­la – ha ragio­ne Dan­te – è quel­la che por­ta un esse­re uma­no a modi­fi­car­si, a miglio­rar­si, a tro­va­re se stes­so e il pro­prio posto nel mon­do. Dan­te ci ha rac­con­ta­to che non c’è nul­la che allie­ti più di que­sto le ani­me del Pur­ga­to­rio. Il tem­po è la dimen­sio­ne fon­da­men­ta­le del cam­bia­men­to: ti accor­gi di esse­re cam­bia­to pro­prio guar­dan­do indie­tro, sco­pri di dover dare a te stes­so il tem­po neces­sa­rio per com­pier­ti. Ci com­muo­ve e ci riem­pie di orgo­glio il fat­to che la pri­ma paro­la scrit­ta sul nostro tabel­lo­ne, quan­do anco­ra non ave­va­mo altro che un tema da svi­lup­pa­re, sug­ge­ri­ta dal­la gio­va­ne Lora, sia sta­ta pro­prio que­sta: dif­fe­ren­za.



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