STORIA DI UN FIGLIO SECCO


STO­RIA DI UN FIGLIO SECCO,
spa­ru­to, stram­pa­la­to e pie­no d’idee dispa­ra­te e mai con­ce­pi­te da alcu­no, ben pro­prie di chi è nato in una pri­gio­ne, dove tut­ti i disa­gi han­no la loro dimo­ra e dove ogni sini­stro rumo­re ha il suo domicilio.
Così, nel­la sua genia­le pre­fa­zio­ne, Cer­van­tes pre­sen­ta l’inge­nio­so hidal­go Don Chi­schiot­te, nato dal­la sua fan­ta­sia, doman­dan­do­si cos’altro avreb­be potu­to gene­ra­re lo ste­ri­le e incol­to suo ingegno. 

C’è un lega­me stret­to fra l’ingegno di Cer­van­tes – pro­ta­go­ni­sta indi­scus­so non solo del Siglo de oro spa­gno­lo, ma del­la let­te­ra­tu­ra mon­dia­le di tut­ti i tem­pi – e l’ingegno di quel suo figlio, arte­fi­ce indi­scus­so del­la gran­dez­za del padre.
La tra­du­zio­ne in ita­lia­no – ma imma­gi­nia­mo in tut­te le lin­gue – del tito­lo del pri­mo roman­zo del­la moder­ni­tà ha costret­to a un com­pli­ca­to lavo­ro inter­pre­ta­ti­vo e l’italiano inge­gno­so appa­re assai limi­ta­to e poco sod­di­sfa­cen­te rispet­to al mon­do infi­ni­to dell’hidalgo mancego.
Non è quel famo­so polu­tro­pos, dai mol­ti ingan­ni, che abbia­mo visto attri­bui­to a Odis­seo, arte­fi­ce del caval­lo di Tro­ia; non basta sot­ti­le, mali­zio­so, astu­to; non basta d’ingegno accor­to; è più vici­no a fan­ta­sti­co nel sen­so di incre­di­bi­le o, come dis­se Nico­lò Tom­ma­seo, stra­no per movi­men­ti di fan­ta­sia soprab­bon­dan­te; non basta fin­to, imma­gi­na­rio. Alfre­do Gian­ni­ni nell’edizione sto­ri­ca degli anni Ven­ti dichia­ra di ave­re scel­to, fra tut­te le pos­si­bi­li tra­du­zio­ni, «fan­ta­sio­so, che ha uni­co e pre­ci­so signi­fi­ca­to, quel­lo inclu­so nel ver­bo fan­ta­sia­re, ossia lavo­ra­re di fantasia». 

Alla fan­ta­sia dovet­te cer­to ricor­re­re Miguel de Cer­van­tes Saa­ve­dra per tro­va­re sol­lie­vo ai lun­ghi perio­di di pri­gio­nia, alle con­ti­nue dif­fi­col­tà, umi­lia­zio­ni, sof­fe­ren­ze cui la sua vita real­men­te avven­tu­ro­sa lo sottopose.
Costret­to, già da bam­bi­no, a lascia­re la natia Alca­là de Hena­res e a muo­ver­si vor­ti­co­sa­men­te per la Spa­gna, al segui­to del padre ceru­si­co e nuo­vo cri­stia­no (con trac­ce, assai poco gra­di­te nel cli­ma di intol­le­ran­za dell’epoca, di san­gue ebrai­co nel­le vene), sem­pre in fuga da debi­ti e per­se­cu­zio­ni, si sta­bi­lì per un cer­to tem­po a Sivi­glia, cen­tro di una viva­cis­si­ma atti­vi­tà tea­tra­le che subi­to lo affa­sci­nò e lo coin­vol­se, e poi a Madrid, dove fre­quen­tò il rino­ma­to Cole­gio de la Vil­la, dedi­can­do­si alle pri­me com­po­si­zio­ni poetiche.
Coin­vol­to in un fat­to di san­gue e minac­cia­to del taglio del­la mano destra, Cer­van­tes fug­gì in Ita­lia dove, al ser­vi­zio di Giu­lio Acqua­vi­va d’A­ra­go­na vis­se anni di aspre bat­ta­glie ma anche di cor­ti rina­sci­men­ta­li a Roma, Mila­no, Firen­ze, Par­ma, Fer­ra­ra, Vene­zia e Paler­mo, Napo­li. Di ogni cit­tà e di ogni cor­te, Cer­van­tes sep­pe con­ser­va­re impres­sio­ne nel suo ani­mo curio­so: a Paler­mo, per esem­pio, rima­se affa­sci­na­to dall’opera dei pupi, le cui armi sfer­ra­glian­ti rie­cheg­gia­no chia­ra­men­te nel­le impro­ba­bi­li bat­ta­glie del Cava­lie­re dal­la Tri­ste figura.

Nel 1571, duran­te la bat­ta­glia di Lepan­to, Cer­van­tes fu col­pi­to al pet­to e alla mano sini­stra, di cui per­se l’uso per sem­pre, gua­da­gnan­do quel nome Saa­ve­dra, che deri­ve­reb­be da un ter­mi­ne ara­bo usa­to ger­gal­men­te come “mon­co”, a ricor­da­re che, per sfug­gi­re all’am­pu­ta­zio­ne del­la mano destra, ave­va fini­to comun­que per per­de­re la sinistra.
Non smi­se di com­bat­te­re, non smi­se di vaga­re e quan­do al fine pen­sò bene di rien­tra­re in patria, la sua nave fu cat­tu­ra­ta dai pira­ti bar­ba­re­schi e Cer­van­tes fu por­ta­to, pri­gio­nie­ro, ad Alge­ri: cin­que anni dif­fi­ci­li e dolo­ro­si, con vani ten­ta­ti­vi di fughe, puni­zio­ni seve­re, iso­la­men­to. Nel 1580, die­tro paga­men­to di un for­te riscat­to da par­te del­la fami­glia e di un buon fra­te, Cer­van­tes poté fare ritor­no in Spa­gna e lì ad atten­der­lo, ecco l’amara atmo­sfe­ra di quel desen­gaño sto­ri­co che len­ta­men­te inva­de­va la Spa­gna e gli ani­mi dei suoi abi­tan­ti: il siglo de oro che ave­va riem­pi­to il pae­se di ric­chez­ze e poten­za, di mera­vi­glie arti­sti­che, di pagi­ne di poe­sia e di dipin­ti immor­ta­li era ormai nel­la sua para­bo­la discen­den­te poli­ti­ca ed eco­no­mi­ca, decre­ta­ta da lì a poco dal­la rot­ta dell’Invincibile Arma­ta nel 1588.
Se gli anni lon­ta­ni da casa, per quan­to dif­fi­ci­li, era­no sta­ti per Cer­van­tes com­bat­ti­vi, den­si di spe­ran­ze e pro­get­ti, in cer­to modo esal­tan­ti, il rien­tro in Spa­gna si tin­se del­le ombre del­la pre­ca­rie­tà eco­no­mi­ca, di nuo­ve accu­se e nuo­vi arre­sti, per­si­no di una sco­mu­ni­ca, di malat­tie e sten­ti. Il poe­ta spe­se gli ulti­mi anni del­la sua vita immer­so nel lavo­ro let­te­ra­rio di rior­di­no del­le nume­ro­sis­si­me ope­re gio­va­ni­li, in pro­sa e poe­sia, e di ste­su­ra di nuo­ve. Dice­si che Cer­van­tes sia mor­to il 23 apri­le del 1616, lo stes­so gior­no di Sha­ke­spea­re: nes­su­no dei due in real­tà è mor­to in quel­la data, ma la tra­di­zio­ne ebbe tal­men­te suc­ces­so da ren­de­re il 23 apri­le gior­na­ta mon­dia­le del libro: la pren­dia­mo per buo­na e festeggiamo.

Ora, se tan­te paro­le abbia­mo dedi­ca­to alla bio­gra­fia del padre di Chi­sciot­te è per­ché la vita del figlio cer­ta­men­te è spec­chio di quel­la dell’illustre geni­to­re: rocam­bo­le­sca, idea­li­sta, esal­tan­te e, insie­me, tre­men­da­men­te ama­ra, espo­sta alla calun­nia e alla bef­fa, sem­pre incer­ta, cer­ta­men­te incompresa.
«Nato in una pri­gio­ne», cer­to, per­ché duran­te la pri­gio­nia alge­ri­na fu con­ce­pi­to l’hidalgo e ven­ne alla luce nel 1605, men­tre il padre di nuo­vo si tro­va­va sul­la soglia del car­ce­re, incol­pa­to dell’uccisione di un cava­lie­re sul­la via. Il libro ebbe un suc­ces­so imme­dia­to di pub­bli­co e, ben­ché tale suc­ces­so non ebbe rica­du­te posi­ti­ve sul­le finan­ze del suo auto­re e sul­la sua fama, si dice che rara­men­te un libro tro­vò un’accoglienza e una dif­fu­sio­ne pari a questo.
1605, pri­ma par­te: una illu­mi­nan­te pre­fa­zio­ne e cin­quan­ta­due capi­to­li, al ter­mi­ne dei qua­li, l’eroe rien­tra mesta­men­te alla sua dimo­ra, accu­di­to dal­la gover­nan­te e dal­la nipo­te che lo spo­glia­no e lo met­to­no a gia­ce­re nel suo anti­co let­to, men­tre San­cho di fron­te all’incredula moglie Jua­na Pan­za sen­ten­zia che il mie­le non è fat­to per la boc­ca dell’asino e che lei non può com­pren­de­re la gio­ia di esse­re l’onorato scu­die­ro di un cava­lie­re errante… 

È un nar­ra­to­re ester­no a rac­con­ta­re la sto­ria che comin­cia così:

In un bor­go del­la Man­cha (ver­so trat­to dal Roma­ce­ro gene­ral, un anti­co poe­ma caval­le­re­sco) il cui nome non mi vie­ne a men­te, non mol­to tem­po fa vive­va un cava­lie­re di quel­li con la lan­cia nel­la rastrel­lie­ra, un vec­chio scu­do, un ron­zi­no magro e un levrie­ro corridore.

E il rac­con­to pren­de avvio. Ed ecco il col­po di genio, pie­tra milia­re nel­la sto­ria del­la let­te­ra­tu­ra mon­dia­le e del­la ‘meta­let­te­ra­tu­ra’: alla fine del capi­to­lo VIII, men­tre Chi­sciot­te è coin­vol­to nel­lo scon­tro con un Bisca­gli­no, il nar­ra­to­re è costret­to a inter­rom­per­si, con­fes­san­do che l’autore del­la sto­ria lascia in sospe­so la bat­ta­glia, scu­san­do­si col dire di non ave­re tro­va­to altro sul­le impre­se di don Chi­sciot­te oltre a quel­le rife­ri­te. Quan­ti pia­ni si intrec­cia­no: una voce rac­con­ta una sto­ria nar­ra­ta da un auto­re che, a sua vol­ta, si basa sul rac­con­to di un altro auto­re! A que­sto pun­to, la pri­ma voce, ama­reg­gia­ta e deci­sa a cono­sce­re alme­no l’esito di quel­la bat­ta­glia, si met­te in moto e for­tui­ta­men­te, nel bazar di Tole­do tro­va degli ‘scar­ta­fac­ci’ in lin­gua ara­ba: poi­ché la let­tu­ra lo appas­sio­na «anche se si trat­ta di leg­ge­re i fogli strac­cia­ti che si tro­va­no per la stra­da (che bel­lo!), spin­to da que­sta natu­ra­le incli­na­zio­ne» pren­de uno di quei fogli e veden­do che è scrit­to in ara­bo, cer­ca chi pos­sa tra­dur­lo. Lo tro­va e, con dol­ce espe­dien­te let­te­ra­rio, ecco che – dopo la pri­ma intui­zio­ne e dopo un lun­go lavo­ro di tra­du­zio­ne – il nostro nar­ra­to­re si tro­va nel­le mani la Sto­ria di don Chi­sciot­te del­la Man­cha, scrit­ta da Cide Hame­te Benen­ge­li, sto­ri­co ara­bo.

(Non risuo­na subi­to un cam­pa­nel­lo nel­le men­ti di noi let­to­ri dei Pro­mes­si spo­si? Non fun­zio­na allo stes­so modo il rac­con­to di Manzoni?). 

Il rac­con­to può pro­se­gui­re sere­na­men­te fino alla fine. 

Il suc­ces­so dell’opera, dun­que, fu tale che uno scrit­to­re, a tutt’oggi sco­no­sciu­to, dota­to di una note­vo­le pen­na, deci­se di pro­se­gui­re la sto­ria, com­po­nen­do nel 1614 El segun­do tomo del inge­nio­so hidal­go Don Qui­jo­te de la Man­cha: si fece chia­ma­re Alon­so Fer­nan­dez Avel­la­ne­da, ma nes­su­no sa chi sia. La rea­zio­ne di Cer­van­tes non si fa atten­de­re e nel 1615 ecco com­pa­ri­re la secon­da par­te del suo roman­zo: una nuo­va genia­le pre­fa­zio­ne e ben set­tan­ta­quat­tro capi­to­li di nuo­ve avven­tu­re che accom­pa­gna­no l’eroe fino alla morte.

Nuo­vo espe­dien­te let­te­ra­rio asso­lu­ta­men­te genia­le: i pro­ta­go­ni­sti del­la secon­da par­te han­no tut­ti let­to la pri­ma par­te del Chi­sciot­te di Cer­van­tes – la cui ope­ra pasto­ra­le Gala­tea d’altronde si tro­va anche nel­la libre­ria di don Chi­sciot­te, vota­ta al rogo per volon­tà del cura­to e del bar­bie­re nel capi­to­lo VI –, cono­sco­no pas­sio­ni, pun­ti di for­za e di debo­lez­za del cava­lie­re, cono­sco­no i det­ta­gli del­le sue avven­tu­re e, a par­ti­re da que­ste, con cini­smo bru­ta­le costrui­sco­no una nuo­va impal­ca­tu­ra di bef­fe mor­ti­fi­can­ti e tal­vol­ta cru­de­li, in cui il pove­ro Chi­sciot­te ine­so­ra­bil­men­te cade: si trat­ta di San­so­ne Car­ra­sco, del ‘duca’ e la ‘duches­sa’ che diven­ta­no sim­bo­lo di una nobil­tà anno­ia­ta e decadente. 

Come appa­re evi­den­te, Don Chi­sciot­te del­la Man­cha è il trion­fo asso­lu­to del­la fin­zio­ne let­te­ra­ria. Pro­se­gui­re­mo il nostro appas­sio­na­to lavo­ro, mostran­do qua­li e quan­ti pia­ni si inter­se­chi­no magi­stral­men­te ma in modo del tut­to natu­ra­le, in que­sta ope­ra magna, di cui tut­ta la let­te­ra­tu­ra poste­rio­re, coscien­te o meno, è debi­tri­ce assoluta. 


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