LA CLEMENZA NON PUÒ ESSERE FORZATA


I per­so­nag­gi che Sha­ke­spea­re ere­di­ta dal­la novel­li­sti­ca ita­lia­na sono per lo più del­le cari­ca­tu­re, degli ste­reo­ti­pi, qua­si del­le masche­re. Lo spet­ta­to­re, spes­so, sape­va già cosa pen­sa­re di cia­scu­no di loro: la per­fi­dia dell’usuraio, il corag­gio del mer­can­te, la bel­lez­za del­la dama. Le sto­rie, d’altra par­te, non ser­vi­va­no per riflet­te­re ma per intrat­te­ne­re e, se una mora­le c’era, dove­va esse­re sem­pli­ce, acces­si­bi­le e mora­liz­zan­te. È pro­prio qui che il Bar­do scom­pi­glia le car­te, trat­tan­do cia­scu­no dei per­so­nag­gi come un esse­re uma­no, resti­tuen­do a cia­scu­no la pro­fon­di­tà e la digni­tà di un’esistenza rea­le. Tut­ti sot­to­li­nea­no, giu­sta­men­te, la fine intro­spe­zio­ne psi­co­lo­gi­ca di Sha­ke­spea­re; ma egli inse­gna più di que­sto: mostra un sen­so di rispet­to e di miste­ro per ogni vita, un sen­so mol­to alto del­la digni­tà. Ci ha inse­gna­to che l’essere uma­no è pro­prio quel­la doman­da che ha lo reso famo­so, «esse­re o non esse­re», una doman­da radi­ca­le e asso­lu­ta, una doman­da che deve esse­re posta, per esse­re dav­ve­ro umani. 

Anche in que­sta com­me­dia Sha­ke­spea­re scom­bi­na le car­te e lo fa nel modo più dirom­pen­te: anzi­tut­to met­ten­do nel­la vita di Shy­lock il dram­ma di una figlia che fug­ge con un cri­stia­no e poi, con un toc­co di genio, met­ten­do sul­le sue lab­bra un mono­lo­go che ha fat­to la sto­ria: «Non ha for­se occhi un ebreo? Non ha mani, orga­ni, mem­bra, sen­si, affet­ti e pas­sio­ni? Non si nutre egli for­se del­lo stes­so cibo di cui si nutre un cri­stia­no? Non vie­ne feri­to for­se dal­le stes­se armi? Non è sog­get­to alle sue stes­se malat­tie? Non è cura­to e gua­ri­to dagli stes­si rime­di? E non è infi­ne scal­da­to e rag­ge­la­to dal­lo stes­so inver­no e dal­la stes­sa esta­te che un cri­stia­no? […] E se un cri­stia­no fa un tor­to a un ebreo qua­le esem­pio di sop­por­ta­zio­ne gli offre il cri­stia­no? La ven­det­ta. La stes­sa mal­va­gi­tà che voi ci inse­gna­te sarà da me praticata».
Con il mono­lo­go più memo­ra­bi­le dell’intera ope­ra, il mira­co­lo si com­pie: Shy­lock non è una masche­ra, ma un esse­re uma­no come noi. E la ven­det­ta dell’ebreo non è altro che la nostra stes­sa ven­det­ta, quel­la su cui il nostro mon­do, che si cre­de civi­le, evo­lu­to e cari­ta­te­vo­le, deci­de le sue azio­ni e fon­da la sua pre­te­sa giu­sti­zia. L’avventura, dun­que, pro­se­gue come tut­ti ci aspet­tia­mo, ma non pos­sia­mo più guar­da­re all’usuraio come a un per­so­nag­gio di car­ta: da que­sto momen­to è uno di noi.
La giu­sti­zia, dun­que, dovrà fare il suo cor­so. Men­tre Bas­sa­nio e Por­zia, a Bel­mon­te, final­men­te si spo­sa­no (e così Gra­zia­no e Neris­sa, ser­vi di uno e dell’altra), men­tre il pat­to d’amore è sugel­la­to per entram­be le cop­pie con la con­se­gna di due anel­li che i mari­ti dovran­no por­ta­re sem­pre con sé e custo­di­re con la vita, a Vene­zia si orga­niz­za il pro­ces­so per deci­de­re il desti­no di Anto­nio. Infor­ma­to, Bas­sa­nio si pre­ci­pi­ta a Vene­zia insie­me a Gra­zia­no con 9.000 dena­ri, per ono­ra­re il debi­to, nel­la spe­ran­za che l’ebreo accet­ti dena­ro al posto del­la car­ne di Anto­nio. Anche Por­zia, di nasco­sto, fa lo stes­so viag­gio accom­pa­gna­ta da Neris­sa; ma indos­sa un astu­to tra­ve­sti­men­to per sosti­tui­re il giu­di­ce che dovrà fare giu­sti­zia e chie­de anche a Neris­sa di vestir­si da uomo e di imper­so­na­re l’assistente del giu­di­ce. Anco­ra una vol­ta Sha­ke­spea­re ci sor­pren­de­rà: la don­na ama­ta non è un idea­le, ma un per­so­nag­gio vero e pro­prio, astu­to e genia­le, che risol­ve­rà il dram­ma al posto degli uomini. 

Il pro­ces­so ha dun­que ini­zio: il Doge lo pre­sie­de, Shy­lock pre­ten­de la car­ne di Anto­nio, il giu­di­ce avrà il com­pi­to di deci­de­re. Com­pi­to dif­fi­ci­le, per­ché un con­trat­to è pur sem­pre un con­trat­to e non rispet­ta­re le pro­mes­se met­te­reb­be a rischio una cit­tà com­ples­sa e inter­na­zio­na­le come Vene­zia. In un pri­mo momen­to il giu­di­ce-Por­zia pro­va a invo­ca­re cle­men­za, ma è con­sa­pe­vo­le che la mise­ri­cor­dia non può esse­re coman­da­ta, può solo giun­ge­re come una piog­gia cele­ste sul­le vicen­de uma­ne; Shy­lock non è cer­to dispo­ni­bi­le e, seb­be­ne lo avver­ta che, se ci fre­mia­mo alla let­te­ra del­la leg­ge, sia­mo per­du­ti, il giu­di­ce non può fer­ma­re la ven­det­ta. Così, nono­stan­te la bru­ta­li­tà del­la richie­sta, non può che sta­bi­li­re che l’ebreo ha dirit­to alla sua pena­le: «la leg­ge e lo spi­ri­to del­la leg­ge glie­lo con­sen­to­no» e il giu­di­ce non può che con­va­li­da­re la richie­sta scrit­ta. Eppu­re, men­tre l’ebreo alza il col­tel­lo sul pet­to nudo di Anto­nio, giun­ge la sal­vez­za: Shy­lock, dice Por­zia, ha dirit­to a una lib­bra di san­gue, ma non può ver­sa­re nep­pu­re una goc­cia del san­gue di Anto­nio, per­ché il con­trat­to non lo pre­ve­de. Non solo, poi­ché ha atten­ta­to alla vita di un cri­stia­no, egli per­de­rà il suo patri­mo­nio e la vita stes­sa; ma, poi­ché il giu­di­ce cono­sce la cle­men­za, la vita gli vie­ne rispar­mia­ta e il suo patri­mo­nio vie­ne dato alla figlia Jes­si­ca, che era fug­gi­ta da lui e che ora dovrà occu­par­si del padre.
Il lie­to fine è dun­que arri­va­to, gra­zie a una don­na capa­ce, con sguar­do obli­quo, di leg­ge­re ciò che, nel­la leg­ge, va oltre la ven­det­ta. Ma c’è un ulti­mo col­po di sce­na: Bas­sa­nio, anco­ra incon­sa­pe­vo­le del­la sua vera iden­ti­tà, chie­de al giu­di­ce di accet­ta­re un segno del­la sua sti­ma e del­la sua gra­ti­tu­di­ne. L’occasione è per­fet­ta per met­te­re in atto un nuo­vo para­dos­sa­le intrec­cio: Por­zia gli doman­da l’anello che por­ta al dito e Bas­sa­nio non sa negar­glie­lo, con­trav­ve­nen­do alla pro­mes­sa fat­ta all’amata; ovvia­men­te anche Gra­zia­no darà all’assistente del giu­di­ce l’anello di Neris­sa. Un’altra pro­mes­sa infran­ta, insom­ma, chiu­de la com­me­dia; que­sta vol­ta, però, è solo un gio­co: dopo aver fin­to dolo­re e disap­pun­to per il tra­di­men­to, pre­sto Por­zia e Neris­sa sve­la­no l’inganno e abbrac­cia­no i mari­ti per il vero gran­de finale. 

I ragaz­zi sono col­pi­ti e diver­ti­ti da que­sto rac­con­to. E, giu­sta­men­te, vi scor­go­no qual­co­sa di gran­de: in una tra­ma appa­ren­te­men­te leg­ge­ra, si è par­la­to di leg­ge e di mise­ri­cor­dia, di pre­sti­to e di impe­gno, di pro­mes­se fat­te tra ami­ci e di accor­di fat­ti tra nemici. 

Sia­mo tut­ti col­pi­ti, per esem­pio, dal­la fra­se di Por­zia: la cle­men­za è l’apice del­la giu­sti­zia, eppu­re non può esse­re pre­te­sa mai, non può esse­re impo­sta, nes­su­na leg­ge può dispor­la dall’alto. Ci sia­mo anche chie­sti se sia meglio chie­de­re pre­sti­ti a un ami­co o a un nemi­co, quan­do si è in dif­fi­col­tà: da un lato l’amicizia con Bas­sa­nio costa mol­to ad Anto­nio, ma, dall’altro, il nemi­co Shy­lock non è capa­ce di per­do­no. L’amicizia è un bene pre­zio­so, ma non si può misu­ra­re anche per­ché, dice Lora, quan­do un ami­co vie­ne meno a una pro­mes­sa, oltre al bene con­ces­so ne va di mez­zo la fidu­cia, che è mol­to più pre­zio­sa. For­se, dice Tho­mas, un ami­co sareb­be più atten­to a gesti­re un pre­sti­to; Tizia­no non è d’accordo, anzi sostie­ne pro­prio il con­tra­rio: un nemi­co incu­te timo­re ed è più faci­le pre­sta­re atten­zio­ne. Mat­tia, inve­ce, un po’ come Sha­ke­spea­re, sba­ra­glia le car­te: l’aiuto con­ces­so può tra­sfor­ma­re un nemi­co in amico.
Cer­to, però, che il mono­lo­go di Shy­lock ci ha tut­ti col­pi­ti: il per­so­nag­gio peg­gio­re, a un cer­to pun­to del­la sce­na ci dice: «sono pro­prio come voi». Riflet­tia­mo mol­to su que­sta affer­ma­zio­ne e ci chie­dia­mo cosa ci sia die­tro al male. Tal­vol­ta il desi­de­rio di esse­re accat­ta­ti da un grup­po, la voglia di sen­tir­si impor­tan­ti entra­no nel­le nostre deci­sio­ni e ci por­ta­no a fare il male. In fon­do anche un atto obiet­ti­va­men­te mal­va­gio, come un fur­to, può ave­re del­le ragio­ni: si può ruba­re per sfa­ma­re i pro­pri bam­bi­ni, per esem­pio. Le cose, allo­ra, non sono mai così sem­pli­ci. Spie­ghia­mo ai ragaz­zi che nel medioe­vo si chia­ma­va Pie­tas il rispet­to e la com­pas­sio­ne per le feri­te dell’altro, anche per le feri­te di chi non meri­te­reb­be que­sto rispet­to. Chia­ra dice che è una bel­lis­si­ma idea, ma che è dif­fi­ci­le rispet­ta­re le feri­te di chi non rispet­ta le tue. Lora è d’accordo, ma dice una cosa che sem­bra a tut­ti mol­to vera: sen­ti­re le feri­te dell’altro non è que­stio­ne di bon­tà o di volon­tà, ma di sen­si­bi­li­tà. Una per­so­na sen­si­bi­le, que­ste feri­te, le per­ce­pi­sce anche sen­za voler­lo; e una per­so­na buo­na, dopo aver­le sen­ti­te, se ne pren­de cura. 

Ci chie­dia­mo anche se le leg­gi si pos­so­no infran­ge­re, in situa­zio­ni estre­me. È mol­to bel­lo che il pri­mo nome che vie­ne in men­te ai ragaz­zi sia quel­lo di Ghan­di: una disob­be­dien­za paci­fi­ca, paga­ta sul­la pro­pria pel­le, sen­za alcu­na vio­len­za e sen­za rivo­lu­zio­ne è in gra­do di cam­bia­re il cor­so del­la sto­ria e di far scri­ve­re leg­gi nuo­ve. Aggiun­gia­mo altri nomi: Mar­tin Luther King, Man­de­la, Loren­zo Mila­ni. Anche le pro­mes­se si pos­so­no infran­ge­re, dico­no, e spes­so è per­si­no più dolo­ro­so; però le pro­mes­se fat­te tra per­so­ne che si voglio­no bene, come per Por­zia e Bas­sa­nio, pos­so­no sem­pre esse­re ripen­sa­te, risi­gni­fi­ca­te, pos­so­no apri­re nuo­vi cammini.

Un’ultima rifles­sio­ne comu­ne si apre sul tema del­la pena di mor­te: Shy­lock ha dirit­to alla lib­bra di car­ne ma non, dice il giu­di­ce, a spar­ge­re il san­gue. Per for­tu­na, i ragaz­zi sono tut­ti d’accordo e tut­ti si indi­gna­no di fron­te all’idea che si pos­sa in qual­che modo ucci­de­re una per­so­na. Tizia­no dice che se ucci­di un omi­ci­da, alla fine non sei diver­so da lui. Lora è la più col­pi­ta da que­sto tema. Dice che la cosa più impor­tan­te, per l’essere uma­no, è l’anima e che l’anima non si può toc­ca­re: si pos­so­no col­pi­re i beni di una per­so­na, si pos­so­no sot­trar­re alcu­ne pos­si­bi­li­tà, ma nes­su­no ha il dirit­to di col­pi­re l’anima.

Sia­mo feli­ci di tro­va­re in loro un con­sen­so così com­pat­to, soprat­tut­to in un tem­po in cui anche gran­di nazio­ni demo­cra­ti­che anco­ra tol­le­ra­no (o per­si­no inco­rag­gia­no) la pena di mor­te. For­se, dav­ve­ro, in que­sti ragaz­zi c’è il segre­to del­la nostra speranza.



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