DI FRONTE ALLA LEGGE – parte 2


Sono tan­tis­si­me le rifles­sio­ni da fare… La pri­ma: Sofo­cle, che di Anti­go­ne è l’unico vero padre, cosa ha volu­to tra­smet­te­re con que­sti suoi ver­si subli­mi? Per avvi­ci­nar­ci a una rispo­sta plau­si­bi­le, è neces­sa­rio leg­ge­re il con­te­sto crea­ti­vo: sia­mo nel­la gran­de Ate­ne di Peri­cle, dove la tema­ti­ca del­la coe­si­sten­za di una leg­ge scrit­ta e di una leg­ge natu­ra­le, con­sue­tu­di­na­ria, non scrit­ta (γραφα νμινα) era mol­to dibat­tu­ta in tea­tro, ma anche nel­le ope­re sto­ri­che e nel­le ora­zio­ni. Le leg­gi non scrit­te pote­va­no tro­va­re garan­zia tan­to nell’Olimpo, quan­to nel­la coscien­za comu­ne o, anco­ra, nel­le tra­di­zio­ni avi­te, anche di carat­te­re squi­si­ta­men­te locale.
Il dirit­to alla sepol­tu­ra cer­ta­men­te fa par­te di un dirit­to supe­rio­re, più for­te di qual­sia­si legi­sla­zio­ne uma­na, ma negli anni Qua­ran­ta vige­va da tem­po il divie­to di sepol­tu­ra per i tra­di­to­ri del­la patria.
Anti­go­ne, oppo­nen­do­si a que­sta leg­ge, com­pie un atto di pie­tas, obbe­di­sce a un impe­ra­ti­vo inte­rio­re e cer­ta­men­te richia­ma all’attenzione il valo­re del­la leg­ge uni­ver­sa­le e non scrit­ta. L’opposizione, cala­ta nel suo giu­sto con­te­sto, è quin­di fra la vec­chia socie­tà ari­sto­cra­ti­ca — dove la leg­ge è patri­mo­nio del ghe­nos, del nucleo fami­lia­re e non è scrit­ta — e la nuo­va socie­tà demo­cra­ti­ca, frut­to del­la evo­lu­zio­ne eco­no­mi­ca e mili­ta­re, testi­mo­ne dell’affermarsi di una clas­se media che alla scrit­tu­ra del­la leg­ge affi­da l’equità del­la giustizia.
Sofo­cle, che in quel momen­to era atti­vo in poli­ti­ca con una posi­zio­ne mode­ra­ta, schie­ran­do­si dal­la par­te di Anti­go­ne, rivol­ge un appel­lo al rispet­to del­le anti­che tra­di­zio­ni e sot­to­li­nea come le leg­gi scrit­te del­la polis demo­cra­ti­ca non sia­no di per sé garan­zia di una giu­sti­zia inte­rio­riz­za­ta e con­di­vi­sa da tut­ti i cit­ta­di­ni. Anti­go­ne, dun­que, lun­gi dall’essere una eroi­na moder­na e rivo­lu­zio­na­ria, sareb­be in real­tà pala­di­na di un pas­sa­to e di una clas­se ari­sto­cra­ti­ca ormai deca­den­te, dove i lega­mi di fami­glia – e in par­ti­co­la­re quel­li fra fra­tel­li – era­no il cuo­re pul­san­te e il valo­re fon­dan­te del­la socie­tà. C’è un pas­so che, in que­sto sen­so, tra­di­sce Anti­go­ne, un pas­so che dispiac­que tan­to a Goe­the da far­glie­ne rim­pian­ge­re l’attribuzione a Sofo­cle. In que­sto pas­so la fan­ciul­la dichia­ra con can­di­da natu­ra­lez­za che mai per un mari­to o per un figlio avreb­be osa­to tan­to. È chia­ro che a orec­chi moder­ni tale dichia­ra­zio­ne suo­na spie­ta­ta e inna­tu­ra­le, eppu­re agli spet­ta­to­ri ate­nie­si le paro­le di Anti­go­ne suo­na­va­no del tut­to fon­da­te e com­pren­si­bi­li: «non avrei affron­ta­to que­sta fati­ca, non avrei agi­to con­tro la cit­tà, per un figlio o per un mari­to. Per­ché dico così? Per qua­le leg­ge? Se mi fos­se mor­to un mari­to, avrei potu­to aver­ne un altro. O fare un figlio con un altro uomo, se aves­si per­so il figlio che ave­vo. Ma mia madre e mio padre ormai sono mor­ti, e un altro fra­tel­lo non potreb­be più nascer­mi. Ho segui­to que­sta leg­ge e ho scel­to di ono­ra­re te pri­ma di tut­to, o fra­tel­lo mio».
Di più, Sofo­cle ammo­ni­sce l’uomo ate­nie­se ad abban­do­na­re l’illusione di esse­re misu­ra e cen­tro del­la vita rea­le e a tor­na­re alla con­sa­pe­vo­lez­za che c’è un miste­ro inscru­ta­bi­le nel pote­re arbi­tra­rio degli dei, alla con­sa­pe­vo­lez­za che Dike non è più gran­de di The­mis e che ci sono for­ze che spie­ta­ta­men­te limi­ta­no l’individuo…
Tut­to que­sto, rifa­cen­do­si agli scrit­ti del mae­stro Dario Del Cor­no, può vero­si­mil­men­te esse­re lo spi­ri­to con cui Sofo­cle com­po­se la sua Anti­go­ne. La qua­le, come già abbia­mo det­to, ispi­rò i pen­sie­ri di filo­so­fi, poe­ti, sto­ri­ci e scrit­to­ri: di lei si occu­pa­ro­no già Ari­sto­te­le e Pla­to­ne che indi­vi­dua­ro­no nell’opera il con­tra­sto fra genos e polis, leg­ge del san­gue e leg­ge del­la cit­tà, fami­glia e col­let­ti­vi­tà… Ma Anti­go­ne dal­la sua grot­ta buia e fred­da alle por­te di Ate­ne volò lon­ta­no dal­la Gre­cia e vola tutt’oggi in lun­go e in lar­go a offri­re mate­ria di riflessione.
È nel Nove­cen­to che l’interesse per il mito di Anti­go­ne si è fat­to via via più acu­to, pro­prio in vir­tù dell’opposizione che esso incar­na fra pote­re impo­sto e legit­ti­mi­tà del­la ribel­lio­ne a tale pote­re: il Nove­cen­to è il seco­lo dei tota­li­ta­ri­smi e del­le rivol­te socia­li: è la Ger­ma­nia, non a caso, il pae­se dove l’eroina gre­ca tro­va mag­gio­re ospi­ta­li­tà, anche in vir­tù del­la fon­da­men­ta­le let­tu­ra che ne ave­va fat­to Hegel – tra­ge­dia super­ba la defi­nì – nei pri­mi anni del XIX seco­lo, indi­vi­duan­do, sul­la scia di Ari­sto­te­le, nel­lo scon­tro fra il re e la fan­ciul­la l’opposizione insa­na­bi­le di due cate­go­rie ugual­men­te gran­di e legit­ti­me: lo sta­to e la famiglia.
Anti­go­ne per­de le sue fat­tez­ze ari­sto­cra­ti­che e incar­na i più alti idea­li democratici.
Fra le tan­te rilet­tu­re, citia­mo quel­la di Wal­ter Hasen­cle­ver, la pri­ma Anti­go­ne poli­ti­ca del XX seco­lo, com­po­sta in trin­cea duran­te la Pri­ma guer­ra mon­dia­le, come denun­cia del­la fol­lia di tut­te le guer­re e gri­do paci­fi­sta nel mez­zo dell’orrore: Anti­go­ne come mar­ti­re del­la vio­len­za poli­ti­ca di ogni genere.
Più cele­bre, l’Antigone di Ber­tolt Bre­cht del 1948, auto­re che l’anno scor­so i ragaz­zi han­no ascol­ta­to rac­con­ta­re la vita di Gali­leo. L’opera di Bre­cht muta l’antefatto: Eteo­cle e Poli­ni­ce com­bat­to­no uno a fian­co all’altro al sol­do del dit­ta­to­re Creon­te, che attac­ca Argo per impa­dro­nir­si del­le sue minie­re. Eteo­cle muo­re com­bat­ten­do, Poli­ni­ce fug­ge all’orrore e vie­ne fred­da­to da Creon­te che incar­na chia­ra­men­te il dit­ta­to­re. La sce­na si apre con le due sorel­le che esco­no da un rifu­gio anti­ae­reo per rin­chiu­der­si nel­la loro casa: da mol­ti auto­ri la tra­ge­dia di Anti­go­ne fu vista come pro­fe­zia di un tem­po di guer­ra in segui­to al qua­le milio­ni di cada­ve­ri sareb­be­ro rima­sti inse­pol­ti e milio­ni di per­so­ne costret­te a vive­re rin­chiu­se in rifu­gi, come in tom­be. Un richia­mo al mito di Anti­go­ne è anco­ra nel film tede­sco Sophie Scholl, ispi­ra­to alla corag­gio­sa pro­te­sta dei ragaz­zi del­la Rosa bian­ca nel 1942.
Se in que­ste, e in altre simi­li, rivi­si­ta­zio­ni, Anti­go­ne incar­na la posi­ti­va e corag­gio­sa ribel­lio­ne all’ingiustizia, non è man­ca­to un filo­ne diver­so di inter­pre­ta­zio­ne, dove l’eroe posi­ti­vo è Creon­te: serio e giu­sto, egli pro­mul­ga leg­gi chia­re, vali­de per tut­ti, ogget­ti­ve, e Anti­go­ne gli si oppo­ne dan­do voce a un sen­ti­re indi­vi­dua­le, spon­ta­nei­sti­co, che rispon­de a lega­mi per­so­na­li e a valo­ri anti­qua­ti. La resi­sten­za di Anti­go­ne, in que­sta linea inter­pre­ta­ti­va – che vede in Era­smo da Rot­ter­dam uno dei pro­ta­go­ni­sti più illu­stri – è inu­ti­le sfog­gio di corag­gio, pura fol­lia, dan­no­sa utopia.
Anti­go­ne inter­pre­ta qui “il tipo” del­la ver­gi­ne fol­le, di cui la ragaz­za ira­nia­na Ahoo Darya­nei, recen­te­men­te rin­chiu­sa nel­la “Cli­ni­ca per il trat­ta­men­to del­la rimo­zio­ne del­l’­hi­jab”, incar­na l’ultima espressione.
Da lei era­va­mo partiti…



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