CULTURA ALLE STELLE – La Piccioletta Barca


C’era una vol­ta, in un pae­se lon­ta­no lon­ta­no, un uomo col­to e sapien­te che si chia­ma­va Ulu­gh Beg.
In real­tà, il suo vero nome era Mīr­zo Moham­med Tara­gai bin Shāh­ru­kh, ma Ulu­gh Beg – Gran­de Signo­re – fu il nome esor­na­ti­vo con cui pre­sto si impo­se alla Sto­ria per i suoi gran­di meri­ti. E per for­tu­na, per­ché impro­nun­cia­bi­le ai più suo­na il suo vero nome! Ulu­gh Beg nac­que in una cit­tà del­la Per­sia nel 1394 e da pic­co­lo, inve­ce di ascol­ta­re favo­le sedu­to sul­le ginoc­chia del non­no, col non­no visi­ta­va cit­tà e luo­ghi da favo­la, sedu­to sul­la sel­la di un cammello.
Il non­no di Mir­zo non era un pla­ci­do pen­sio­na­to, ben­sì l’ambizioso, temi­bi­le, impa­vi­do guer­rie­ro e bril­lan­te stra­te­ga Amir Timur Lang che, in Occi­den­te, cono­scia­mo come il gran­de Tamer­la­no, fon­da­to­re del­la dina­stia timu­ri­de e arte­fi­ce del­la restau­ra­zio­ne dell’Impero mon­go­lo di Gen­ghiz khan, gra­zie alla con­qui­sta dell’intero ter­ri­to­rio asia­ti­co con­ti­nen­ta­le. Con una serie di tra­vol­gen­ti cam­pa­gne mili­ta­ri, Tamer­la­no sot­to­mi­se cit­tà e impe­ri, sten­den­do la sua ombra rega­le dal­la Tran­so­xia­na e Per­sia orien­ta­le fino alla Meso­po­ta­mia, dall’India al Mar Medi­ter­ra­neo. Fis­sò la sua capi­ta­le a Samar­can­da, cen­tro stra­te­gi­co lun­go la via del­la seta, cro­ce­via di cul­tu­re straor­di­na­rie e ne fece la cit­tà mera­vi­glio­sa e leg­gen­da­ria che da sem­pre affa­sci­na chi ha la for­tu­na di visi­tar­la. Anche me.
Si dice che quan­do sep­pe del­la nasci­ta del nipo­te, non­no Tamer­la­no inter­rup­pe la sua offen­si­va con­tro Mar­din e gra­ziò la popo­la­zio­ne del­la cit­tà per cele­bra­re l’evento; era infat­ti anche per­so­na­li­tà dai trat­ti sor­pren­den­te­men­te uma­ni e di gran­de sen­si­bi­li­tà cul­tu­ra­le e arti­sti­ca, doti che pas­sa­ro­no in linea ere­di­ta­ria al nipo­ti­no, il qua­le, repu­tan­do che quan­to assog­get­ta­to dal non­no fos­se di gran lun­ga suf­fi­cien­te al pre­sti­gio dina­sti­co, e che Samar­can­da era la cit­tà fat­ta per lui, solo alla cul­tu­ra, alle arti e alle scien­ze deci­se di dedi­ca­re la pro­pria vita, mol­ti­pli­can­do i talen­ti e i doni rice­vu­ti dal padre di suo padre.
Pare che a otto anni, Ulu­gh Beg accom­pa­gnò il suo famo­so non­no in viag­gio e, giun­to nel­la capi­ta­le ilkha­ni­de di Mara­gheh (nell’attuale Iran nord-occi­den­ta­le), rima­se fol­go­ra­to dal famo­so osser­va­to­rio Mara­gin, che fon­da­to alla metà del XIII seco­lo, era il più gran­de osser­va­to­rio astro­no­mi­co del tem­po, con i suoi cen­to astro­no­mi e i suoi quat­tro­cen­to­mi­la mano­scrit­ti. Le gran­di pas­sio­ni, si sa, tro­va­to un loro spa­ziet­to nei cuo­ri dei bam­bi­ni, si acquat­ta­no silen­zio­se e lavo­ra­no tena­ce­men­te per anni fino a quan­do tro­va­no modo di erom­pe­re e impor­si nel­la vita adul­ta. E fu così che Ulu­gh Beg, col­ti­van­do anno dopo anno la sua gran­de pas­sio­ne, poco più che tren­ten­ne fon­dò a Samar­can­da un osser­va­to­rio astro­no­mi­co tut­to suo, facen­do­ne una pie­tra milia­re del­la scien­za anti­ca e moder­na. Di for­ma cir­co­la­re, vastis­si­mo, ospi­ta­va un qua­dran­te dal rag­gio di qua­ran­ta metri, un for­mi­da­bi­le stru­men­to – man­co a dir­lo, il più gran­de e il più pre­ci­so del mon­do – con il qua­le, due­cen­to anni pri­ma del­l’in­ven­zio­ne del tele­sco­pio, il sovra­no astro­no­mo, con i suoi com­pa­gni di sco­per­te, riu­scì a misu­ra­re l’altezza del­le stel­le e la loro posi­zio­ne, con una pre­ci­sio­ne insu­pe­ra­ta per seco­li. Il risul­ta­to del­le meti­co­lo­se osser­va­zio­ni fu il Gur­gan Zij, un cata­lo­go stel­la­re, in cui l’a­stro­no­mo descris­se mil­le e diciot­to stel­le fis­se e le divi­se in tren­tot­to costel­la­zio­ni, cor­reg­gen­do liste pre­ce­den­te­men­te redat­te su cal­co­li tole­mai­ci; cal­co­lò inol­tre la dura­ta di un anno side­ra­le con una pre­ci­sio­ne sen­za pre­ce­den­ti e un erro­re infe­rio­re al minu­to e deter­mi­nò l’in­cli­na­zio­ne assia­le del­la ter­ra nel valo­re tut­to­ra con­fer­ma­to! Così, la mia men­te per­cor­re com­mos­sa miglia­ia di chi­lo­me­tri e rag­giun­ge Gali­leo e il suo pic­co­lo disce­po­lo Andrea Sar­ti, pro­ta­go­ni­sti di bel­lis­si­me mat­ti­ne in Acca­de­mia: chis­sà se Gali­leo conob­be e appro­fon­dì gli stu­di di Ulu­gh Beg, dif­fu­se in tut­to il mon­do e tra­dot­te in lati­no… Vagan­do anco­ra, la men­te richia­ma un memo­ra­bi­le inse­gna­men­to di Loren­zo Mila­ni: «Mae­stro è chi non ha nes­sun inte­res­se cul­tu­ra­le quan­do è solo» ed è bel­lo con­sta­ta­re che fu così anche per il Gran­de Signo­re, Ulu­gh Beg!
Cir­con­da­to sem­pre dai suoi stes­si mae­stri, da scien­zia­ti, filo­so­fi, poe­ti, pri­ma anco­ra del suo Osser­va­to­rio, Ulu­gh Beg fon­dò le madra­se che por­ta­no il suo nome a Samar­can­da, Bukha­ra e a Gij­du­wan: le più anti­che di tut­ta l’Asia cen­tra­le, model­lo per tan­ti altri edi­fi­ci in tut­to il pae­se. I nostri manua­li di sto­ria ci han­no sem­pre rac­con­ta­to che la madra­sa era, ed è, una isti­tu­zio­ne dedi­ca­ta agli stu­di supe­rio­ri del Cora­no. Ma la madra­sa come la pen­sò Ulu­gh Beg fu tan­to, tan­to di più. Fu, mi pia­ce dir­lo così, cen­tro di cul­tu­ra per ragaz­zi e per que­sto la sua sto­ria tan­to mi coin­vol­ge e appas­sio­na. Per­ché Ulu­gh Beg non fu solo astro­no­mo: fu mate­ma­ti­co, musi­ci­sta, filo­so­fo, fisi­co e poe­ta, fu un uomo immer­so nel­la cul­tu­ra, che del­la cul­tu­ra fece la sua ragio­ne di vita, da con­di­vi­de­re con tut­ti: «l’aspirazione alla cono­scen­za è dove­re di ogni musul­ma­no e musul­ma­na» è l’hadith – uno dei famo­si det­ti del Pro­fe­ta che sem­bra sfug­gi­re a mol­ti capi di sta­to di oggi – inci­so sopra la por­ta del­la madra­sa di Bukha­ra: ogni musul­ma­no, uomo o don­na, era invi­ta­to a var­ca­re la soglia del sape­re e a rima­ner­vi immer­so per sem­pre. Nel­la madra­sa, oltre alla reli­gio­ne, si stu­dia­va­no mate­ma­ti­ca e fisi­ca, medi­ci­na e astro­no­mia, sto­ria, let­te­ra­tu­ra e poe­sia, cal­li­gra­fia. Vi pote­va­no acce­de­re tut­ti, a par­ti­re dall’età di sei anni e chi non pote­va per­met­ter­si di paga­re i mae­stri con il dena­ro, con­tri­bui­va al loro man­te­ni­men­to con i pro­dot­ti del­la ter­ra e gli ani­ma­li. La per­ma­nen­za in una madra­sa pote­va dura­re anche fino ai vent’anni. Gli stu­den­ti abi­ta­va­no all’interno, segui­va­no le lezio­ni, tal­vol­ta a cop­pie o a pic­co­li grup­pi, tal­vol­ta in gran­di grup­pi di dia­lo­go e con­fron­to fra loro e i mae­stri: non sem­bra la Pic­cio­let­ta barca?
Var­ca­re la mat­ti­na pre­sto il son­tuo­so pish­taq, il por­ta­le del­la madra­sa di Samar­can­da è una immer­sio­ne com­mo­ven­te nel cie­lo del­la cul­tu­ra e del­la cura. Del cie­lo sono i colo­ri: moti­vi flo­rea­li, segni geo­me­tri­ci e cal­li­gra­fi­ci nel­le sofi­sti­ca­te set­te diver­se gra­fie, in infin­te sfu­ma­tu­re di tur­che­se, blu, vio­la e tenue ocra. Il por­ta­le, che supe­ra i sedi­ci metri di altez­za, è deco­ra­to nell’arco da una sequen­za di stel­le vio­la­cee e cele­sti su uno sfon­do deli­ca­ta­men­te chia­ro: è il ben­ve­nu­to di Ulu­gh Beg che spa­lan­ca all’infinito. Tut­te le pare­ti ester­ne e inter­ne sono rive­sti­te in cera­mi­ca smal­ta­ta, le cupo­le e i due mina­re­ti late­ra­li pro­iet­ta­no lo sguar­do al cie­lo, il cor­ti­le è rigo­glio­so di pian­te e cespu­gli, cir­con­da­ti da bas­si muret­ti su cui si sosta volen­tie­ri, come cer­ta­men­te avve­ni­va allo­ra, nei momen­ti di pau­sa fra le lezio­ni. Tut­to è rigo­re armo­nio­so, ordi­ne, gra­zia, equi­li­brio e riflet­to sul pri­vi­le­gio straor­di­na­rio di poter stu­dia­re in un luo­go così tan­to bel­lo… le scuo­le splen­di­de come le moschee e i palaz­zi: quan­to già que­sto dice di un pae­se intel­li­gen­te e col­to! Bel­lez­za este­rio­re che costrui­sce bel­lez­za interiore…
Sul cor­ti­le inter­no qua­dra­to si affac­cia una serie di archi a sesto acu­to, cia­scu­no dei qua­li immet­te in una came­ra degli stu­den­ti, su due livel­li comu­ni­can­ti con una sca­la inter­na. Ora le stan­ze sono tut­te bot­te­ghe di arti­gia­na­to loca­le, ma quan­do entro, la mag­gior par­te è anco­ra chiu­sa e que­sto mi per­met­te di ammi­ra­re anche le por­te in legno inta­glia­to, con i loro rica­mi deli­ca­ti. La sequen­za degli archi è inter­rot­ta sui quat­tro lati da quat­tro por­ta­li impo­nen­ti, anch’essi magni­fi­ca­men­te deco­ra­ti e tut­to diven­ta gio­co di pie­ni e vuo­ti, luci e ombre, di rifles­si e baglio­ri che rim­bal­za­no e si rin­cor­ro­no da una fac­cia­ta ara­be­sca­ta all’altra, crean­do una atmo­sfe­ra dav­ve­ro magi­ca. Ai quat­tro lati dell’edificio, gran­di aule era­no riser­va­te alle lezio­ni di grup­po e non man­ca­va­no la biblio­te­ca e la moschea.
Un museo per­cor­re la sto­ria del­la madra­sa, del suo fon­da­to­re, egli stes­so inse­gnan­te lì e ne rac­con­ta la poten­za cul­tu­ra­le e socia­le. Grup­pi di sta­tue in cera rie­vo­ca­no, in più pun­ti, momen­ti di stu­dio e lezio­ne e a lun­go riman­go affa­sci­na­ta a fan­ta­sti­ca­re di fron­te a una nic­chia dove si fron­teg­gia­no due bas­si tavo­li, appa­rec­chia­ti con broc­che di ter­ra­cot­ta e taz­ze di tè: a ogni tavo­lo, tre alun­ni del cor­so di logi­ca e tre di quel­lo di filo­so­fia sosten­go­no una ani­ma­ta discus­sio­ne, accom­pa­gna­ti dall’anziano mae­stro, il mudar­ris, che, come loro, sie­de a ter­ra a gam­be incro­cia­te di fron­te al tipi­co leg­gio di legno sul qua­le è un volu­mi­no­so libro di car­ta di gel­so. Sem­bra di sen­tir­li, con la gio­va­ne e bel­la vee­men­za del­le loro con­vin­zio­ni, mode­ra­ta dal­la cal­ma sapien­te del maestro…
Poco più in là, il Gran­de Signo­re in per­so­na si con­fron­ta pri­ma con l’illustre mae­stro Qāī‑zāde‑i Rūmī che vol­le a lavo­ra­re con sé a Samar­can­da e, poco più in là, di fron­te a un glo­bo cele­ste, con i disce­po­li Alì Kush­chi e Miram Cha­la­biy, pre­sto dive­nu­ti suoi col­la­bo­ra­to­ri preziosi.
Sosto a lun­go davan­ti a lui, lo guar­do nel­la sua lun­ga veste di broc­ca­to bor­da­ta d’oro, con il suo ele­gan­te tur­ban­te e la lun­ga bar­ba e, come spes­so mi acca­de di fron­te ai gran­di mae­stri, vor­rei discor­re­re con lui di cul­tu­ra, di ragaz­zi e di pas­sio­ni; vor­rei strin­ger­gli la mano, comu­ni­car­gli la mia ammi­ra­zio­ne e il mio affet­to, dir­gli che un cra­te­re del­la luna por­ta il suo nome dal 1830, così come una cin­tu­ra di aste­roi­di sco­per­ta nel 1977 e assi­cu­rar­lo su quan­to lui stes­so – ucci­so nel 1449 in un com­plot­to ordi­to dal figlio e da una par­te radi­ca­le del cle­ro che, guar­da caso!, poco apprez­za­va i suoi stu­di cele­sti e non esi­tò a rade­re al suo­lo il suo osser­va­to­rio – scrisse: 

            «La reli­gio­ne si disper­de come la neb­bia, i regni ven­go­no distrut­ti, ma le ope­re degli stu­dio­si riman­go­no nei seco­li dei secoli.»

La sede del­la Pic­cio­let­ta bar­ca a Bag­gio pro­ba­bil­men­te non potrà mai esse­re bel­la come la madra­sa di Ulu­gh Beg a Samar­can­da, ma la con­vin­zio­ne e la pas­sio­ne che ani­ma i suoi pic­co­li mae­stri, lo garan­ti­sco, non è infe­rio­re a quel­la del Gran­de Signore!



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