RIPENSANDO A FRANZ KAFKA – La Piccioletta Barca


Ciò che in gene­re pro­va­no i let­to­ri di Kaf­ka è una fasci­na­zio­ne vaga e gene­ri­ca, anche per sto­rie che non rie­sco­no a capi­re, un ricor­do pre­ci­so di imma­gi­ni e di descri­zio­ni stra­ne e appa­ren­te­men­te assur­de; fin­ché un gior­no il signi­fi­ca­to nasco­sto si rive­la loro con l’evidenza improv­vi­sa di una veri­tà sem­pli­ce e incontestabile.

Scri­ve così Han­nah Arendt, di cui i ragaz­zi non potran­no non ricor­da­re alme­no il nome, data la fre­quen­za con cui il suo acu­to pen­sie­ro ci accom­pa­gna in Acca­de­mia. Lo scri­ve in un bre­ve sag­gio dedi­ca­to allo scrit­to­re boe­mo, in occa­sio­ne del ven­te­si­mo anni­ver­sa­rio del­la sua morte.

Par­tia­mo da que­sto pen­sie­ro per­ché, effet­ti­va­men­te, ci sia­mo accor­ti quan­to, saba­to scor­so, il rac­con­to del­la scar­na tra­ma del roman­zo e la let­tu­ra di ampi bra­ni del libro abbia inca­te­na­to i ragaz­zi. Uno di loro, il lune­dì suc­ces­si­vo, uscen­do dal­la sede, dopo un altro incon­tro, ci ha pro­prio det­to quan­to gli fos­se pia­ciu­ta quel­la let­tu­ra. Alcu­ni ragaz­zi di secon­da e pri­ma media ave­va­no già cono­sciu­to Kaf­ka gra­zie al ful­mi­neo e fol­go­ran­te rac­con­to Lascia per­de­re!, di cui era­no sta­ti invi­ta­ti a scri­ve­re, in pochis­si­me righe, una pos­si­bi­le con­clu­sio­ne. Cin­que ragaz­zi, cin­que fina­li diver­si: for­se non è vero che i ragaz­zi si rifu­gia­no nel pen­sie­ro del com­pa­gno di ban­co, accor­dan­do­si con l’ultimo inter­ven­to ascoltato…

È que­sta la magia – una del­le magie – di Kaf­ka: spa­lan­ca­re e non chiu­de­re, qua­si che la man­can­za d’aria e la clau­stro­fo­bia pati­ta da Josef K. nei mean­dri del tri­bu­na­le, dal signor K. nel­le stan­ze del castel­lo, da tan­tis­si­mi altri per­so­nag­gi dei suoi rac­con­ti, quel­la stes­sa man­can­za d’aria e quel­la clau­stro­fo­bia che pro­via­mo noi let­to­ri, attrat­ti e respin­ti dal­le sue pagi­ne men­tre le divo­ria­mo, faces­se­ro da con­tral­ta­re all’impossibilità asso­lu­ta di ingab­bia­re Kaf­ka in una cor­ren­te let­te­ra­ria, in un movi­men­to, in una ten­den­za, in una chia­ve di let­tu­ra univoca.

Pren­dia­mo Il pro­ces­so: para­bo­la di una ricer­ca reli­gio­sa, scon­fi­nan­te nel­la dispe­ra­zio­ne e nell’ateismo, secon­do la cri­ti­ca spi­ri­tua­li­sta; imma­gi­ne distor­ta e effi­ca­ce del­la socie­tà capi­ta­li­sti­ca, non fat­ta a misu­ra dell’uomo, oppres­si­va e alie­nan­te, secon­do la cri­ti­ca mar­xi­sta; espres­sio­ne figu­ra­ti­va del mon­do incon­scio, con i suoi sogni e i suoi com­ples­si, secon­do la cri­ti­ca psi­ca­na­li­ti­ca; con­fes­sio­ne dell’uomo col­pi­to da malat­tia mor­ta­le e taglia­to fuo­ri dal mon­do, secon­do la cri­ti­ca medi­co bio­gra­fi­ca. Tut­to oppu­re nien­te di que­sto: chi ha pati­to tut­ta la vita gli angu­sti con­fi­ni di una mino­ran­za, di una fami­glia, di un uffi­cio non lascia che la sua ope­ra sia con­fi­na­ta da una etichetta.

Uno sguar­do alla bio­gra­fia dell’autore per­met­te di acco­star­si a lui con le dovu­te manie­re; nato a Pra­ga nel 1883, Kaf­ka non fa par­te del­la mag­gio­ran­za boe­ma, ma di ben due mino­ran­ze: è tede­sco di lin­gua e ebreo di reli­gio­ne, cosa che crea in lui un costan­te sen­so di iso­la­men­to e disa­gio. Pra­ga è una cit­tà cul­tu­ral­men­te viva­ce e ric­ca. Con il padre, fat­to­si dal nul­la e agia­to com­mer­cian­te con nego­zio di moda in cen­tro cit­tà, l’incomprensione è tota­le e il dolo­re di Franz sfo­cia in quell’opera capi­ta­le che è Let­te­ra al padre, mai con­se­gna­ta al geni­to­re, la cui let­tu­ra è, for­se, pas­sag­gio fon­da­men­ta­le di ogni figlio. Franz è gra­ci­le e debo­le; dopo il liceo vor­reb­be anda­re a Mona­co a stu­dia­re ger­ma­ni­sti­ca e inve­ce deve resta­re a Pra­ga dove fre­quen­ta leg­ge (!!). Lau­rea­to­si, diven­ta un gri­gio impie­ga­to pres­so l’Istituto di Assi­cu­ra­zio­ni con­tro gli infor­tu­ni sul lavo­ro e que­sta tri­ste car­rie­ra sarà distrut­ti­va per l’uomo, ma fuci­na di idee e imma­gi­ni per lo scrit­to­re. L’unico respi­ro per Kaf­ka è l’attività crea­ti­va che deve però rele­ga­re alle sole ore not­tur­ne. Men­tre i pochi ami­ci lo dipin­ge­va­no come uomo di estre­ma cor­te­sia, gene­ro­so e gran­de con­ver­sa­to­re, Franz di sé dice­va di esse­re chiu­so, taci­tur­no, poco socie­vo­le e lo dice­va con estre­mo astio nei pro­pri con­fron­ti: «Odio in modo asso­lu­to tut­ti i miei paren­ti, non tol­le­ro la con­vi­ven­za con gli uomi­ni; tut­to ciò che non è let­te­ra­tu­ra mi anno­ia». Kaf­ka, inca­pa­ce di un rap­por­to amo­ro­so sano e dura­tu­ro, tor­tu­ra­to dall’insonnia, ango­scia­to dal­la real­tà enig­ma­ti­ca che lo cir­con­da, con­su­ma­to dal­la tuber­co­lo­si, muo­re in sana­to­rio a Vien­na a soli quarant’anni. È solo per ini­zia­ti­va dell’amico Max Brod che i roman­zi di Kaf­ka ven­go­no pub­bli­ca­ti: secon­do la dispo­si­zio­ne del loro auto­re, avreb­be­ro dovu­to esse­re bru­cia­ti dopo la morte.

Ecco trac­cia­to bre­ve­men­te per i ragaz­zi il con­te­sto este­rio­re e inte­rio­re in cui inse­ri­re la nuo­va ope­ra del nostro per­cor­so sul­la leg­ge. Non vola una mosca: que­sto Kaf­ka, pur inquie­tan­te, cala­mi­ta a sé l’attenzione di tutti.

Con la mede­si­ma atten­zio­ne, è tem­po di inter­ro­gar­ci insie­me sul testo. La pri­ma gran­de doman­da, che non può non attra­ver­sa­re qua­lun­que let­to­re, è se K. sia, in real­tà, col­pe­vo­le o inno­cen­te. Nico­las e Mat­tia, fra­tel­li, han­no inter­pre­ta­zio­ni oppo­ste: per il pri­mo K. non può che esse­re col­pe­vo­le, per­ché si com­por­ta da tale; per Mat­tia, inve­ce, è inno­cen­te, pro­prio per­ché appa­re del tut­to disar­ma­to di fron­te al dram­ma che sta viven­do. Milan Kun­de­ra, pro­ba­bil­men­te, sareb­be d’accordo con entram­bi: K. è «un uomo col­pe­vo­liz­za­to», cioè reso col­pe­vo­le dal pro­ces­so stes­so. D’altra par­te, la col­pe­vo­lez­za è dif­fi­ci­le da sepa­ra­re dal sen­so di col­pa, che è uno dei sen­ti­men­ti più for­ti e miste­rio­si dell’esperienza uma­na. Matil­de rac­con­ta di come, tal­vol­ta, i pro­fes­so­ri fac­cia­no sen­ti­re inte­re clas­si in col­pa, per dina­mi­che e atteg­gia­men­ti che essi leg­go­no in modo uni­la­te­ral­men­te nega­ti­vo. Gabriel por­ta l’esperienza dell’amicizia: capi­ta che un ami­co, per le più dispa­ra­te ragio­ni, sia ombro­so e taci­tur­no e lui, subi­to, si chie­de se non sia respon­sa­bi­le di que­sta tri­stez­za. Restan­do nel mede­si­mo ambi­to, Samue­le pen­sa che spes­so chi entra per la pri­ma vol­ta in un grup­po si sen­te a disa­gio e, se il disa­gio con­ti­nua, può per­ce­pi­re la sua ina­de­gua­tez­za con un pro­fon­do sen­so di col­pa. Il sen­so di ina­de­gua­tez­za che si mol­ti­pli­ca miste­rio­sa­men­te quan­do si è di fron­te a una per­so­na in divi­sa, resta, indub­bia­men­te, un’arma mol­to poten­te per con­trol­la­re le per­so­ne: qual­che vol­ta anche le reli­gio­ni (con le loro spe­ci­fi­che divi­se) lo han­no usa­to per sog­gio­ga­re gli animi.

Cosa, più di tut­to, impau­ri­sce, in una situa­zio­ne come quel­la di Jose­ph K.? Matil­de, che for­se ricor­da vivi­da­men­te la let­tu­ra di Cesa­re Bec­ca­ria, sostie­ne che il pri­mo ele­men­to che spa­ven­ta è pro­prio la pena; Chia­ra, una del­le ragaz­ze che han­no recen­te­men­te lavo­ra­to sul­le leg­gi raz­zia­li, ammet­te che chi ammi­ni­stra la giu­sti­zia, con tan­to di poli­zia e di deter­ren­za, è sem­pre più for­te; quin­di, ha sul reo pote­re di vita o di morte.

Resta il fat­to che, nel Pro­ces­so, la giu­sti­zia è ammi­ni­stra­ta non tan­to da per­so­ne, ma da una sor­ta di gran­de mac­chi­na. Ci sem­bra oppor­tu­no con­fron­ta­re que­sta disto­pia con l’ambizione di Bec­ca­ria di razio­na­liz­za­re la giu­sti­zia: cer­to, nel caso dell’Illuminismo la razio­na­li­tà è garan­zia di impar­zia­li­tà. Tut­ta­via, il rischio che Kaf­ka intra­ve­de è che si gene­ri a lun­go anda­re una disu­ma­niz­za­zio­ne del­la giu­sti­zia. Vio­la sostie­ne che un mec­ca­ni­smo razio­na­le è ogget­ti­vo e non può mai esse­re di par­te, là dove una per­so­na che ammi­ni­stra la leg­ge può, inve­ce, diven­ta­re arbi­tra­ria; ma Gabrie­le ricor­da a tut­ti che un mec­ca­ni­smo non può vede­re, per esem­pio, il per­cor­so di pen­ti­men­to e di riscat­to che una per­so­na col­pe­vo­le può ave­re com­piu­to, nel tempo.

For­se, però, Kaf­ka non ci sta offren­do tan­to un discor­so teo­ri­co sul­la giu­sti­zia, quan­to un’immagine che, come dice­va la Arendt, è desti­na­ta a resta­re nel­la men­te e, pian pia­no, a sve­la­re la sua veri­tà. Per que­sto con­clu­dia­mo chie­den­do ai ragaz­zi qua­le del­le ope­re let­te fino­ra richia­mi il Pro­ces­so di Kaf­ka. Gabriel pen­sa al Mer­can­te di Vene­zia, per­ché c’è anche lì un pro­ces­so che muo­ve da pre­te­se assur­de e ango­scian­ti (una libra di car­ne); anche in Sha­ke­spea­re c’è un avvo­ca­to e un tuto­re che con­ce­de i suoi dena­ri (Por­zia, in entram­bi i casi). Matil­de e Emma pen­sa­no subi­to ad Anti­go­ne, per­ché nel­la tra­ge­dia, come nel pro­ces­so, non si rie­sce a dipa­na­re mai chia­ra­men­te il discor­so del­la giu­sti­zia e del­la respon­sa­bi­li­tà. Mat­tia e Tho­mas, inve­ce, han­no pen­sa­to all’allegoria del cat­ti­vo gover­no di Loren­zet­ti, dove un sovra­no stra­bi­co ammi­ni­stra l’ingiustizia, a par­ti­re da una strut­tu­ra isti­tu­zio­na­le appa­ren­te­men­te iden­ti­ca a quel­la del Buon gover­no. Cer­to, Tizia­no, ha ragio­ne nel con­fron­ta­re il pove­ro Jose­ph K. agli ebrei che, sen­za alcu­na col­pa e moti­va­zio­ne, fini­va­no negli ingra­nag­gi del Reich.

Segno, tut­ta que­sta ric­chez­za di inter­pre­ta­zio­ni, che dav­ve­ro l’immaginario di Kaf­ka par­la una lin­gua comu­ne che inter­cet­ta in tan­ti modi diver­si l’esperienza pro­fon­da di cia­scun esse­re umano.



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