“AC-CORDARSI” PER IL BENE COMUNE


Anche oggi le gran­di azien­de e le isti­tu­zio­ni chie­do­no ad arti­sti famo­si di tro­va­re un modo per atti­ra­re lo sguar­do di con­su­ma­to­ri e uten­ti, per espor­re in modo chia­ro l’immagine dell’azienda, per ren­de­re accat­ti­van­te il loro brand: si trat­ta di pro­ces­si di mar­ke­ting. Sie­na sem­bra fare qual­co­sa del gene­re con Loren­zet­ti, ma la sfi­da lan­cia­ta al pit­to­re è mol­to diver­sa. La cit­tà, a dif­fe­ren­za di un’azienda con il suo pro­dot­to, non sa già in par­ten­za cosa signi­fi­chi esat­ta­men­te ‘un buon gover­no’: ha biso­gno del­le paro­le e del­le imma­gi­ni dell’artista per poter­lo capi­re e per far­lo capi­re, per ave­re l’intuizione di una via da segui­re. For­se anche per que­sto moti­vo, il discor­so alle­go­ri­co, come vedre­mo, è così complicato. 

L’affresco del Buon gover­no ha tre regi­stri nar­ra­ti­vi sovrap­po­sti: il cie­lo, il livel­lo del­le vir­tù e la vita dei cittadini.
Nel più alto, il cie­lo blu, stan­no logi­ca­men­te le vir­tù teo­lo­ga­li: fede, spe­ran­za e cari­tà vol­teg­gia­no attor­no al capo del Gover­no e la sapien­za si erge fie­ra sopra la giu­sti­zia, tenen­do sal­da in mano la sua bilancia.
Il livel­lo più com­ples­so è quel­lo cen­tra­le, dove Loren­zet­ti lascia spa­zio alle vir­tù car­di­na­li o meglio, a una loro nuo­va orga­niz­za­zio­ne e inter­pre­ta­zio­ne. La giu­sti­zia, a sini­stra, rego­la una gran­de bilan­cia su cui stan­no in equi­li­brio le sue due for­me prin­ci­pa­li: quel­la distri­bu­ti­va, a sini­stra, che inflig­ge pene e con­ce­de pre­mi, e quel­la com­mu­ta­ti­va, a destra, che rego­la le rela­zio­ni oriz­zon­ta­li tra i cit­ta­di­ni, affi­dan­do agli uomi­ni due uni­tà di misu­ra – una di lun­ghez­za e una di capa­ci­tà –, neces­sa­rie a pra­ti­ca­re auto­no­ma­men­te scam­bi equi.
Un ele­men­to ico­no­gra­fi­co impor­tan­te lega que­sto livel­lo cen­tra­le a quel­lo infe­rio­re, dove abi­ta­no i cit­ta­di­ni comu­ni: si trat­ta di due cor­de (una ros­sa e una bian­ca) che, dai piat­ti del­la bilan­cia, si intrec­cia­no, dive­nen­do un’unica cor­da, nel­le mani di un per­so­nag­gio che fa da tra­mi­te fra le vir­tù e la vita quo­ti­dia­na. È la Con­cor­dia, paro­la la cui eti­mo­lo­gia richia­ma un cuo­re comu­ne (cum cor­de), ma, per un feli­ce gio­co lin­gui­sti­co, anche una cor­da comu­ne (cum-chor­da). E pro­prio que­sta cor­da, dal­le mani del­la per­so­ni­fi­ca­zio­ne del­la Con­cor­dia, pas­sa di mano in mano a tut­ti i cit­ta­di­ni che abi­ta­no Sie­na, appun­to, in modo con­cor­de, tenen­do insie­me il filo del loro desti­no. Sono i cit­ta­di­ni stes­si a por­ta­re que­sto lega­me al Buon gover­no, l’austero e canu­to signo­re che cam­peg­gia tra le vir­tù e il cui pol­so è lega­to dal­la con­cor­dia stes­sa. Que­sta sce­na, pro­ba­bil­men­te, è la più elo­quen­te dell’intero ciclo: ci ricor­da che nes­su­na leg­ge, nes­su­na isti­tu­zio­ne, per quan­to ben con­ge­gna­ta, può fun­zio­na­re sen­za l’apporto di cia­scu­no e di tutti. 

È pro­prio que­sto il tema ricor­ren­te e cen­tra­le non solo del dipin­to, ma del nostro viag­gio attor­no al tema del­la leg­ge: il bene comu­ne. Ciò che, altro­ve, abbia­mo chia­ma­to spi­ri­to del­la leg­ge, nell’affresco di Loren­zet­ti è quel lega­me invi­si­bi­le – qui visi­bi­le pro­prio nel­la cor­da bico­lo­re –  che fa di un grup­po di per­so­ne una comu­ni­tà, un popo­lo. Cer­to, il Gover­no dovrà tene­re sem­pre davan­ti agli occhi le vir­tù e la loro bel­lez­za: la tem­pe­ran­za, la pru­den­za, la for­tez­za, la giu­sti­zia (le tra­di­zio­na­li vir­tù car­di­na­li), ma anche la magna­ni­mi­tà e la pace, che Loren­zet­ti aggiun­ge all’elenco consueto. 

Una cit­tà così gover­na­ta non è un’utopia: c’è anco­ra il male, ci sono le guar­die e ci sono per­si­no i pove­ri. Ma cia­scu­no ha il suo posto, per­si­no chi è più pove­ro. È pro­prio quan­to Loren­zet­ti dipin­ge nel­la com­ples­sa e vario­pin­ta sce­na degli effet­ti del Buon gover­no, che occu­pa la pare­te est del­la Sala dei Nove. Una cit­tà pie­na di vita, dove si dan­za, ci si spo­sa, si stu­dia, si lavo­ra e le cui por­te sono rigo­ro­sa­men­te aper­te su una cam­pa­gna ordi­na­ta e sere­na, nel­la qua­le si semi­na e si rac­co­glie, si cac­cia e si alle­va­no armen­ti. Col­pi­sce che, pro­prio alle por­te del­la cit­tà, una don­na si vol­ti a guar­da­re un men­di­can­te. Come a dire: for­se non si può scon­fig­ge­re la pover­tà, ma si può cer­to com­bat­te­re la mise­ria, ossia l’invisibilità del pove­ro. Mise­ro infat­ti è quel pove­ro che, oltre a non ave­re beni, fini­sce per ver­go­gnar­si di ciò che gli man­ca: un’esperienza che i ragaz­zi cono­sco­no benis­si­mo per­ché spes­so, alla loro età, il pos­ses­so del­le cose diven­ta una sor­ta di rego­la, di nor­ma del vive­re comu­ne che discri­mi­na chi, per un moti­vo o per l’altro, non ha acces­so a ciò che desi­de­ra e lo cancella. 

Ci fer­mia­mo a riflet­te­re con pazien­za su que­sto bene comu­ne: non si trat­ta sem­pli­ce­men­te di rico­no­sce­re che ci sono cose che appar­ten­go­no a tut­ti, ma di accor­ger­si che esi­sto­no beni che sola­men­te un sog­get­to comu­ne può gene­ra­re, col­ti­va­re e custo­di­re: il bene comu­ne è ciò che ren­de una comu­ni­tà qual­co­sa di più del­la som­ma degli indi­vi­dui che la com­pon­go­no; non è la solu­zio­ne di tut­ti i pro­ble­mi, ma la pos­si­bi­li­tà di una vita ampia, in cui le per­so­ne si incon­tra­no, pro­get­ta­no, costrui­sco­no un futu­ro pos­si­bi­le. Tut­to l’opposto, inve­ce, avvie­ne nel caso del Mal­go­ver­no. La cit­tà è la mede­si­ma, per­si­no le per­so­ne, a giu­di­ca­re dai vesti­ti, sem­bra­no le stes­se. Ma tut­to è pre­ci­pi­ta­to in un incu­bo: coman­da un Mal­go­ver­no, brut­to e stra­bi­co. La sua cor­te non è fat­ta da vir­tù ma da vizi: il furo­re, la divi­sio­ne con una sega tra le mani, la guer­ra, la cru­del­tà (raf­fi­gu­ra­ta in una don­na che minac­cia un bam­bi­no con un ser­pen­te!), il tra­di­men­to, la fro­de. Il cie­lo, dove sta­va­no le vir­tù teo­lo­ga­li, è occu­pa­to da tre gran­di mali: l’avarizia, la super­bia e la vana­glo­ria. Se noi non pos­sia­mo fare a meno di pen­sa­re alle tre fie­re che Dan­te incon­tra all’inizio del suo viag­gio, lo stes­so è acca­du­to anche a Loren­zet­ti: il poe­ta fio­ren­ti­no è l’ispiratore segre­to di tut­to il com­ples­so immaginifico.
A par­ti­re da que­sta sce­na, il resto non col­pi­sce: la pace è lega­ta ai pie­di del Tiran­no, la cit­tà è vuo­ta e popo­la­ta solo di sol­da­ti arma­ti. Anzi, non c’è alcu­na atti­vi­tà arti­gia­na­le se non la costru­zio­ne di armi. Anche la cam­pa­gna è pre­da di vio­len­ti e di bri­gan­ti e non vi cre­sce nul­la. Cosa ren­de la cit­tà così dram­ma­ti­ca­men­te pre­da del male e del­la deva­sta­zio­ne? Ce lo spie­ga sen­za mez­zi ter­mi­ni il testo con cui Loren­zet­ti ha accom­pa­gna­to le imma­gi­ni: il ben pro­prio can­cel­la quel­lo comu­ne, l’incapacità dei sin­go­li cit­ta­di­ni di vede­re oltre l’interesse egoi­sti­co è la vera fon­te di ogni male. 

Abbia­mo ini­zia­to il nostro per­cor­so indi­can­do lo spi­ri­to del­la leg­ge. Loren­zet­ti ci ha sug­ge­ri­to che, for­se, que­sto spi­ri­to non vie­ne dal cie­lo, né da qual­che real­tà tra­scen­den­te; for­se esso abi­ta in noi, nel­la nostra capa­ci­tà di lascia­re che esso ci rac­col­ga e pas­si da uno all’altro. For­se, sen­za cia­scu­no di noi, la leg­ge, dav­ve­ro, è solo let­te­ra morta. 



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