ANNA BANTI O IL BISOGNO DELLA PAROLA


Ci sono scrit­tri­ci che incon­tri seguen­do la via del­la let­tu­ra, per­ché le stu­di a scuo­la, per­ché toc­ca­no argo­men­ti che ti inte­res­sa­no, per­ché ti sono sta­te sug­ge­ri­te da altri let­to­ri o dal­la libre­ria di fidu­cia. E ci sono quel­le in cui incap­pi, qua­si per caso, per­ché hai l’abitudine di ascol­ta­re la radio e quel mez­zo ti sor­pren­de sem­pre, por­tan­do­ti dove non immaginavi.
È sta­to cosi con Anna Ban­ti, che mi ha cat­tu­ra­ta con la sua voce fuo­ri dal cla­mo­re, e in un atti­mo, ecco­mi in libre­ria a cer­ca­re il libro di cui par­la­va­no alla radio, “Le don­ne muo­io­no”, edi­zio­ni Mondadori.

Anna Ban­ti nasce a Firen­ze nel 1895 con il nome ana­gra­fi­co di Lucia Lopre­sti; il padre la inco­rag­gia agli stu­di uma­ni­sti­ci, fino al con­se­gui­men­to del­la lau­rea in let­te­re, che la por­ta a diven­ta­re stu­dio­sa d’arte, scrit­tri­ce, tra­dut­tri­ce. Nel 1924 spo­sa Rober­to Lon­ghi, con­si­de­ra­to uno dei mas­si­mi sto­ri­ci dell’arte del Novecento.
Insie­me a Lon­ghi, è fon­da­tri­ce e diret­tri­ce del­la rivi­sta “Para­go­ne”, pro­get­to edi­to­ria­le, tutt’ora atti­vo, che ha for­ma­to gene­ra­zio­ni di cri­ti­ci e scrit­to­ri e che ha sapu­to tene­re insie­me let­te­ra­tu­ra e arti visi­ve, in un con­fron­to dia­let­ti­co con­ti­nuo. Nel Comi­ta­to di reda­zio­ne del­la rivi­sta si tro­va­va­no nomi come Car­lo Emi­lio Gad­da, Atti­lio Ber­to­luc­ci, Vit­to­rio Ser­mon­ti. 

Anna Ban­ti è sta­ta una del­le pri­me don­ne in Ita­lia a diri­ge­re una rivi­sta e la pri­ma ad ave­re una ruo­lo non sim­bo­li­co, ma di gui­da intel­let­tua­le nel cuo­re del siste­ma del­la cul­tu­ra “alta” del Nove­cen­to, fino ad allo­ra qua­si inte­ra­men­te pre­si­dio maschile.

La scel­ta di uno pseu­do­ni­mo (adot­tò il nome di una paren­te del­la fami­glia del­la madre) non fu per lei un vez­zo, ma un modo per sen­tir­si libe­ra: inven­tar­si un nome signi­fi­ca­va dichia­ra­re un desti­no let­te­ra­rio total­men­te per­so­na­le. È un gesto che dice mol­to di una don­na che non accet­tò mai di resta­re nell’ombra, nep­pu­re quan­do quell’ombra era pro­iet­ta­ta da una del­le figu­re più auto­re­vo­li del­la cul­tu­ra ita­lia­na del Nove­cen­to. Se Lon­ghi ha riscrit­to la sto­ria dell’arte, Anna Ban­ti ha riscrit­to il modo di rac­con­ta­re le don­ne nel­la sto­ria e nel­la let­te­ra­tu­ra, man­te­nen­do una voce auto­no­ma, tal­vol­ta cri­ti­ca ver­so una tra­di­zio­ne cul­tu­ra­le costrui­ta qua­si esclu­si­va­men­te al maschile.

La sua ope­ra più famo­sa è “Arte­mi­sia” (1947), rac­con­to sto­ri­co e roman­za­to di Arte­mi­sia Gen­ti­le­schi, la pit­tri­ce che, nel Sei­cen­to, dife­se e affer­mò la pro­pria voca­zio­ne arti­sti­ca con­tro i pre­giu­di­zi del suo tem­po. La vita del roman­zo non fu sem­pli­ce: fu scrit­to, infat­ti, due vol­te, per­ché la pri­ma ste­su­ra finì disper­sa in un bom­bar­da­men­to a Firen­ze nel 1944.
“Le don­ne muo­io­no”, vin­ci­to­re del Pre­mio Via­reg­gio 1952, è, inve­ce, una rac­col­ta di quat­tro rac­con­ti che, offren­do ambien­ta­zio­ni e col­lo­ca­zio­ni sto­ri­che diver­se, per­fi­no futu­ri­sti­che, sem­bra­no con­te­ne­re tut­ti la stes­sa doman­da: che cosa resta del­le don­ne quan­do la sto­ria non le ricorda?

In “Lavi­nia fug­gi­ti­va”, ambien­ta­to nel­la Vene­zia set­te­cen­te­sca dell’Ospedale del­la Pie­tà, orfa­no­tro­fio, è il talen­to di Lavi­nia a esse­re più che aper­ta­men­te nega­to, silen­zia­to e reso impra­ti­ca­bi­le, costrin­gen­do a una fuga che è l’unica pos­si­bi­le liber­tà. Il rac­con­to che dà il tito­lo alla rac­col­ta sem­bra qua­si un ante­si­gna­no del­la let­te­ra­tu­ra di fan­ta­scien­za e ci por­ta nel 2617, dove gli uomi­ni pos­so­no ricor­da­re tut­te le loro vite pre­ce­den­ti, diven­tan­do pra­ti­ca­men­te immor­ta­li, men­tre le don­ne non han­no la stes­sa facol­tà: sen­za memo­ria per­do­no l’identità, sen­za l’identità per­do­no la sto­ria. L’arte e la paro­la, allo­ra, sep­pu­re in modo tra­gi­co, diven­ta­no l’unica for­ma pos­si­bi­le di immor­ta­li­tà. “Cono­sco una fami­glia” è inve­ce un ritrat­to del­la quo­ti­dia­ni­tà bor­ghe­se, i cui ritua­li silen­zi, risen­ti­men­ti e ambi­zio­ni sof­fo­ca­te, i “così si è sem­pre fat­to” por­ta­no alla mor­te sim­bo­li­ca del­la don­na. Ne “I Por­ci” lo sce­na­rio diven­ta alle­go­ri­co: un mon­do anti­co e in rovi­na, dove si sus­se­guo­no la fuga, la per­di­ta, la soprav­vi­ven­za por­tan­do una idea di liber­tà fra­gi­le, mai garan­ti­ta, sem­pre da riconquistare.
Ogni rac­con­to è attra­ver­sa­to dal­la stes­sa ten­sio­ne: la lot­ta del­le don­ne per entra­re nel­la memo­ria, per lascia­re una trac­cia che non sia can­cel­la­ta, per affer­ma­re la pro­pria voce in siste­mi che le vor­reb­be­ro mute o intercambiabili.

Nel­la post­fa­zio­ne del libro,  Giu­lia­na Mis­ser­vil­le ripor­ta un ritrat­to di Anna Ban­ti che scri­ve tenen­do sul­le ginoc­chia la sua let­te­ra 32, qua­si come fos­se una tele­ca­me­ra pun­ta­ta sul­le vite che rac­con­ta, sem­bra l’immagine di una urgen­za, di un rap­por­to con la paro­la qua­si istin­ti­vo, inve­ce, la sua scrit­tu­ra è atten­ta, rigo­ro­sa, col­ta, mai com­pia­cen­te, più desi­de­ro­sa di fare pen­sa­re che di emo­zio­na­re, con una ecce­zio­ne appe­na per­cet­ti­bi­le nell’accostarsi dell’autrice a Lavi­nia, come se lì ci fos­se una più inti­ma com­pli­ci­tà. 

Pio­nie­ra di quel­la che ver­rà defi­ni­ta nar­ra­ti­va fem­mi­ni­sta, pur respin­gen­do­ne l’etichetta, Anna Ban­ti muo­re nel 1985. 

Una figu­ra non sem­pli­ce, rac­con­ta­ta anche come spi­go­lo­sa, tut­ta­via, la sua scrit­tu­ra non può lascia­re indif­fe­ren­ti . E allo­ra  per­ché Anna Ban­ti è oggi una scrit­tri­ce poco cono­sciu­ta, se non da una nic­chia di stu­dio­si e let­to­ri? Ascol­tan­do e leg­gen­do inter­ven­ti di chi l’ha incon­tra­ta o ne ha esplo­ra­to l’opera, emer­ge l’idea di una scrit­tri­ce non “faci­le”. For­se per­ché i suoi lavo­ri rifug­go­no sem­pli­fi­ca­zio­ni e eti­chet­te o, for­se, per­ché la sua figu­ra è sta­ta a lun­go let­ta attra­ver­so rela­zio­ni maschi­li più visi­bi­li di lei. Ma vie­ne avan­za­ta anche un’altra ragio­ne: Anna Ban­ti chie­de al let­to­re una respon­sa­bi­li­tà, di spin­ge­re lo sguar­do anche dove ci sono pre­sen­ze e vite che la sto­ria ten­ta di nascondere.

Ed è pro­prio per que­sto che oggi può diven­ta­re un model­lo pre­zio­so per le gio­va­ni socie del­la Pic­cio­let­ta Bar­ca che sogna­no di diven­ta­re scrit­tri­ci. Per­ché testi­mo­nia  che la scrit­tu­ra è un lavo­ro di lun­ga dura­ta, fat­to di stu­dio, disci­pli­na, rigo­re e corag­gio. Che la cul­tu­ra è una for­ma di eman­ci­pa­zio­ne con­cre­ta e la scrit­tu­ra un spa­zio di liber­tà rea­le. Che rac­con­ta­re le don­ne — nel pas­sa­to, nel pre­sen­te, nel futu­ro — non è un gesto secon­da­rio, ma un atto poli­ti­co nel sen­so più alto del ter­mi­ne. E sem­pre ci invi­ta a non mori­re nel silenzio.


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