MELODIA E FORMA, IMITAZIONE E QUALCHE TRUCCHETTO: LA FINZIONE IN MUSICA


In quan­to arte dut­ti­le e ver­sa­ti­le, la musi­ca può esse­re pla­sma­ta nel­le for­me più svariate.

Con­tra­ria­men­te a uno sport, nel­la musi­ca è assen­te il con­cet­to di baro o imbro­glio, poi­ché è il fine arti­sti­co a giu­sti­fi­ca­re ogni mez­zo neces­sa­rio alla sua rea­liz­za­zio­ne, esclu­se pochis­si­me ecce­zio­ni di carat­te­re per­for­ma­ti­vo. Ciò signi­fi­ca che nel­la sua sto­ria sono sta­ti adot­ta­ti espe­dien­ti diver­si per par­ti­re da un pun­to e arri­va­re a un altro, attuan­do una meta­mor­fo­si dei pro­pri con­te­nu­ti sen­za neces­sa­ria­men­te stra­vol­ge­re del tut­to l’oggetto di par­ten­za. Ha a che fare con la fin­zio­ne, infat­ti, l’impiego di stra­te­gie det­te di masche­ra­men­to, in ingle­se “Con­tra­fact”.

Per com­pren­de­re di cosa si trat­ta, biso­gna pri­ma acqui­si­re una cono­scen­za di base di alme­no due bloc­chi fon­da­men­ta­li del­la musi­ca (lasce­re­mo da par­te il rit­mo, ter­zo non per impor­tan­za e in ogni caso già com­po­nen­te fon­da­men­ta­le e com­ple­men­ta­re degli altri due). La com­po­nen­te più pale­se è sen­za dub­bio la melo­dia, la gran­de pro­ta­go­ni­sta di qua­si tut­te le com­po­si­zio­ni musi­ca­li. È tan­to sem­pli­ce com­pren­de­re che cosa sia quan­to è dif­fi­ci­le defi­nir­la in manie­ra esau­rien­te, ma potrem­mo spie­gar­la come il “can­to” dell’opera musi­ca­le, il melos che con­si­ste in una «suc­ces­sio­ne di suo­ni con sen­so com­piu­to, con pro­pria into­na­zio­ne e rit­mo» (Oxford Lan­gua­ges). Anche così la defi­ni­zio­ne non sod­di­sfa ogni esem­pio dal momen­to che non ogni melo­dia vuo­le neces­sa­ria­men­te risul­ta­re sen­sa­ta e quin­di in qual­che modo “armo­nio­sa”, ma fin­tan­to che sia­mo in gra­do di iden­ti­fi­ca­re una melo­dia il pro­ble­ma real­men­te non si pone.
Dall’aggettivo “armo­nio­sa” ci spo­stia­mo inve­ce sul secon­do bloc­co del­la musi­ca, ovve­ro l’armonia. Nel mon­do del­la can­zo­ne altro non è che il sup­por­to del­la melo­dia, cioè la suc­ces­sio­ne di accor­di dell’opera musi­ca­le. Un accor­do è una serie di suo­ni che avven­go­no con­tem­po­ra­nea­men­te e più accor­di suo­na­ti con­se­cu­ti­va­men­te inte­ra­gi­sco­no tra loro crean­do del­le “pro­gres­sio­ni armo­ni­che” che van­no a costi­tui­re la strut­tu­ra del bra­no.  Se anche in que­sto caso non tut­te le pro­gres­sio­ni devo­no neces­sa­ria­men­te risul­ta­re “sen­sa­te”, è chia­ro che alcu­ni giri di accor­di han­no avu­to più for­tu­na di altri nel­la sto­ria del­la musi­ca per il loro impat­to rico­no­sci­bi­le e gui­da­to, for­se, da una logi­ca intrin­se­ca del­le nostre orec­chie. Un esem­pio lam­pan­te è il famo­so giro di Do, ovve­ro una pro­gres­sio­ne che impie­ga il pri­mo, sesto, secon­do e quin­to gra­do del­la tona­li­tà mag­gio­re (otte­nen­do con gli accor­di: Do-Lam-Rem-Sol), che crea un natu­ra­le sen­so di ten­sio­ne e riso­lu­zio­ne, oppu­re il giro del blues, basa­to su pri­mo, quar­to e quin­to gra­do (sem­pre in tona­li­tà di Do: Do-Fa-Sol).
Essen­do chia­ro che la quan­ti­tà di melo­die pos­si­bi­li è mol­to supe­rio­re alla quan­ti­tà di giri di accor­di pos­si­bi­li (o uti­li ad uno sco­po), su uno stes­so giro sono sta­te scrit­te sva­ria­te melo­die. Essen­do solo le melo­die ogget­to di tute­la lega­le, i musi­ci­sti, soprat­tut­to nel jazz, han­no scrit­to mol­tis­si­mi nuo­vi temi musi­ca­li sugli stes­si giri di accor­di, crean­do una gran­de copio­si­tà di bra­ni diver­si che con­di­vi­do­no la stes­sa strut­tu­ra e crean­do un reper­to­rio mas­sic­cio tra­mi­te que­sto truc­chet­to. In par­ti­co­la­re, i musi­ci­sti di Bebop, det­ti Bop­pers, han­no com­po­sto cen­ti­na­ia di Blues e Rhy­thm chan­ges (dal giro di “I Got Rhy­thm” di G. Ger­sh­win) poi­ché le armo­nie era­no mol­to fun­zio­na­li all’improvvisazione, ful­cro vita­le del­la loro musica.

Ma fin­ge­re in musi­ca non signi­fi­ca solo dare l’impressione di crea­re qual­co­sa ex novo basan­do­si inve­ce su una soli­da base pre­e­si­sten­te, ma vuol dire anche appli­ca­re alla musi­ca tut­te le pos­si­bi­li­tà sono­re rica­va­bi­li dai pro­pri stru­men­ti, sfrut­tan­do a dove­re anche la tec­no­lo­gia dispo­ni­bi­le. Da sem­pre una del­le muse prin­ci­pa­li dell’uomo è sta­ta la natu­ra, che ha ripro­dot­to con sva­ria­te moda­li­tà già dai tem­pi del­le pit­tu­re rupe­stri. Oltre all’aspetto visi­vo è sta­to sem­pre d’ispirazione l’apparato sono­ro del­la natu­ra, come il rumo­re del­la piog­gia o i ver­si degli ani­ma­li. Pen­sia­mo alla “Pri­ma­ve­ra” di Vival­di con il can­to dei vio­li­ni che richia­ma quel­lo degli uccel­li. Con il pro­gres­so del­la spe­cie mol­ti altri suo­ni sono suben­tra­ti nel nostro imma­gi­na­rio, spes­so arti­fi­cia­li.  Pen­sia­mo ades­so alla vio­len­ta chi­tar­ra elet­tri­ca di Jimi Hen­drix che simu­la le bom­be che cado­no in guerra. 

La con­clu­sio­ne è che la musi­ca pos­sie­de un pote­re imma­gi­ni­fi­co sen­za pari: crea un’illusione sine­ste­ti­ca che sfrut­ta la capa­ci­tà pro­pria solo di quest’arte di muo­ver­si attra­ver­so il tem­po per evo­ca­re imma­gi­ni sen­za par­ti­re da nes­su­na imma­gi­ne. Quan­do uni­ta anche alla paro­la, la musi­ca è uno stru­men­to effi­ca­cis­si­mo di comu­ni­ca­zio­ne tra gli esse­ri uma­ni, poi­ché vei­co­la un mes­sag­gio por­tan­do con sé una cari­ca emo­ti­va che dispo­ne l’interlocutore all’ascolto e alla com­pren­sio­ne par­lan­do­gli non sola­men­te alla testa, ma anche al cuore.
È bene che non ci scor­dia­mo mai di que­sto pote­re pro­prio dell’arte per­ché, anche se for­se non sal­ve­rà da sola il mon­do, for­se aiu­te­rà a non far­lo com­ple­ta­men­te disgregare.


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