PRIME SIGNORE DELLA FINZIONE SONO LE MUSE


Sap­pia­mo men­zo­gne dire, simi­li al vero, e poi anche il vero cantare

Le pri­me gran­di signo­re del­la fin­zio­ne sono le Muse che, sul mon­te Eli­co­ne, al roz­zo pasto­re Esio­do, rivol­go­no paro­le famosissime:

«O pasto­ri, che ave­te per casa la cam­pa­gna, mala raz­za, solo ven­tre; noi sap­pia­mo dire mol­te men­zo­gne simi­li al vero (ἴδμεν ψεύδεα πολλὰ λέγειν ἐτύμοισιν ὁμοῖα), ma sap­pia­mo anche, quan­do voglia­mo, il vero can­ta­re (ἴδμεν δ’ εὖτ’ ἐθέλωμεν ἀληθέα γηρύσασθαι)».

Invo­ca­te da poe­ti e scrit­to­ri di ogni epo­ca per­ché doni­no loro ispi­ra­zio­ne, le Muse sono divi­ni­tà “mino­ri” appar­te­nen­ti al pan­theon del­la mito­lo­gia gre­ca, vene­ra­te come pro­tet­tri­ci del­la cul­tu­ra e del­le arti.
Gra­zie al loro can­to, per­met­to­no ai gran­di avve­ni­men­ti di non venir dimen­ti­ca­ti nel tem­po: sono infat­ti figlie di Zeus e del­la tita­na Mne­mo­sy­ne, la Memo­ria. Ragio­nia­mo con i ragaz­zi sul fat­to che, quan­do abbia­mo gio­ca­to con le fin­zio­ni, sia per rac­con­ta­re una sto­ria rea­le, sia per inven­tar­ne una imma­gi­na­ria, non han­no fat­to altro che attin­ge­re ai pro­pri ricor­di e modi­fi­car­li, pro­prio come il vasa­io fa con la creta.
È pro­prio Esio­do a fis­sa­re il nume­ro del­le Muse a nove e ad asse­gna­re a cia­scu­na un ‘nome par­lan­te’, met­ten­do ordi­ne nel­la con­fu­sio­ne del­la tra­di­zio­ne ora­le. Alla base del loro dire appa­re una scel­ta con­sa­pe­vo­le: esse dichia­ra­no di sape­re con ugua­le per­fe­zio­ne can­ta­re il fal­so e il vero e sem­bra­no deci­de­re di vol­ta in vol­ta cosa sia meglio fare. Non men­to­no per il gusto di men­ti­re, né per dan­neg­gia­re, ma per man­te­ne­re sal­da la memo­ria degli even­ti e dei valo­ri dell’uomo: uno sco­po sem­pre nobi­le, dun­que, per rag­giun­ge­re il qua­le tal­vol­ta la fin­zio­ne si ren­de asso­lu­ta­men­te necessaria.

È sem­pli­ce spie­ga­re ai ragaz­zi que­sto com­ples­so feno­me­no: pren­dia­mo le favo­le clas­si­che, quel­le che tut­ti cono­sco­no, per­ché qual­che auto­re un gior­no le ha fis­sa­te sot­traen­do­le all’anonimato del­la tra­di­zio­ne ora­le. Chi non cono­sce Il brut­to ana­troc­co­lo, resa immor­ta­le dal­la pen­na di Ander­sen? Il pul­ci­no brut­to, diver­so dagli altri, vit­ti­ma del loro scher­no e soprat­tut­to vit­ti­ma del suo stes­so giu­di­zio nega­ti­vo, non è attua­lis­si­ma rifles­sio­ne sul bul­li­smo e il sen­so di ina­de­gua­tez­za che col­pi­sce anco­ra i nostri ado­le­scen­ti del XXI seco­lo come, evi­den­te­men­te, i ragaz­zi­ni coe­vi a Ander­sen e tut­ti quel­li venu­ti pri­ma? Cer­to che lo è, per­ché que­sto è il fasci­no e la magia del μῦθος (mythos), il mito che esat­ta­men­te favo­la è. Una vol­ta anco­ra ricor­dia­mo ai nostri acca­de­mi­ci quel­la che, a nostro avvi­so, è la più bel­la defi­ni­zio­ne di mito, attri­bui­ta allo sto­ri­co Sal­lu­stio: il mito mai fu, ma sem­pre è. Que­sto è il sen­so del­le men­zo­gne di cui le muse sono can­tri­ci: una fin­zio­ne che age­vo­la la com­pren­sio­ne del rea­le, una men­zo­gna dal sapo­re uni­ver­sa­le che tra­va­li­ca spa­zi e tem­pi. Per­ché ai bam­bi­ni si rac­con­ta di Bab­bo Nata­le? Lo chie­dia­mo ai ragaz­zi che sen­za indu­gio rispon­do­no che è per ren­de­re la loro infan­zia lie­ta, per avvol­ger­li nel­la magia e tra­smet­te­re loro l’incanto del­la vita. Cer­to, a un cer­to pun­to, giun­ge la veri­tà che­sa­pien­te­men­te i Gre­ci chia­ma­va­no ἀλήθεια (ale­theia), dove la pri­ma let­te­ra è quel­la famo­sa alfa pri­va­ti­va che nega e inver­te il signi­fi­ca­to del­la paro­la che la segue, in que­sto caso il ver­bo λανθάνω (lan­tha­no) che signi­fi­ca io nascon­do. Ma lo sve­la­men­to­non è distru­zio­ne del mito, ben­sì sco­per­ta del­la sua veri­tà più pro­fon­da e del­la sua por­ta­ta uni­ver­sa­le: ave­re cre­du­to all’esistenza di Bab­bo Nata­le e ave­re ascol­ta­to favo­le dal lie­to fine ren­de la vita di ogni adul­to più vera, per­ché capa­ce di cre­de­re alla pro­mes­sa di bon­tà che la vita contiene.

Le Muse, destreg­gian­do­si sapien­te­men­te e scien­te­men­te fra il fal­so simi­le all’autentico e ori­gi­na­le (è que­sto, infat­ti, il signi­fi­ca­to dell’aggettivo ἔτυμος (etu­mos, che si tro­va nel­la nostra paro­la eti­mo) e il vero, si fan­no garan­ti del valo­re uni­ver­sa­le di gran­di even­ti del­la sto­ria dell’uomo, ren­den­do­li eter­ni e indimenticabili.
Fra que­sti, il rac­con­to del pri­mo immor­ta­le ingan­no del­la let­te­ra­tu­ra occi­den­ta­le: il caval­lo di Tro­ia, noto a tut­ti, tal­men­te noto che spes­so sui ban­chi di scuo­la vie­ne archi­via­to spic­cia­ti­va­men­te e un poco infan­til­men­te, sen­za sof­fer­mar­si sul­la poten­za e la bel­lis­si­ma com­ples­si­tà del­la sua dina­mi­ca di finzione.
L’episodio, sap­pia­mo, segna l’inizio del­la fine del­la Guer­ra di Tro­ia, can­ta­ta nell’Iliade, ma non è con­te­nu­to nell’Iliade. Lo cono­scia­mo gra­zie al rac­con­to che di esso fa l’aedo Demo­do­co nel VIII can­to dell’Odissea e nel rac­con­to del tro­ia­no Enea nel­la reg­gia di Dido­ne, nel II can­to dell’Eneide.
Di un ingan­no, dun­que, abbia­mo due ver­sio­ni: quel­la dei vin­ci­to­ri e quel­la dei vin­ti. Ciò che più stu­pi­sce, tut­ta­via, è che il gran­de ingan­no è intes­su­to in una com­ples­sa tra­ma di fin­zio­ni più pic­co­le. Par­tia­mo dall’Odissea: l’eroe è nau­fra­ga­to sull’Isola dei Fea­ci, è sta­to accol­to da Alci­noo e sie­de ora come ospi­te d’onore a un lau­to ban­chet­to. Nes­su­no ne cono­sce l’identità (que­sto è un pri­mo ingan­no, in fon­do). Duran­te la cena Demo­do­co, che non è mai sta­to a Tro­ia, can­ta le gesta degli Achei: la sua fin­zio­ne sce­ni­ca, però, è tal­men­te effi­ca­ce che Ulis­se si com­muo­ve e pian­ge. La veri­tà pro­fon­da del­la sua sto­ria per­so­na­le sgor­ga nel pian­to pro­prio nel momen­to in cui egli vie­ne in con­tat­to con l’arte. Solo allo­ra, rico­no­sciu­to, potrà indos­sa­re lui stes­so i pan­ni del can­to­re e rac­con­ta­re il suo viag­gio. Il rac­con­to del caval­lo di legno è pro­prio il momen­to in cui la fin­zio­ne sve­la il vero: cer­to non è una coin­ci­den­za. Resta il fat­to che l’episodio è nar­ra­to in pochis­si­mi ver­si, a dif­fe­ren­za di tut­te le altre sue avven­tu­re, qua­si ci fos­se nei gre­ci una sor­ta di reti­cen­za nel far coin­ci­de­re la loro vit­to­ria con un dolo.
Ben diver­sa, per lun­ghez­za e pro­fon­di­tà, è la nar­ra­zio­ne che ne fa Vir­gi­lio nell’Eneide. Sia­mo ormai mol­to lon­ta­ni dagli even­ti e il poe­ta lati­no com­po­ne una fin­zio­ne per ono­ra­re l’origine immor­ta­le di Roma e il suo impe­ra­to­re. Di nuo­vo vie­ne rac­col­ta la memo­ria e vie­ne pla­sma­ta, come si fa con la cre­ta anco­ra umi­da. Ne esce un intrec­cio com­ples­so ma, soprat­tut­to un pun­to di vista nuo­vo: quel­lo dei vin­ti. Enea, pro­prio come Ulis­se con Alci­noo, rac­con­ta di sé, ini­zian­do dal­la tra­ge­dia del­la disfat­ta di Tro­ia. I valo­ri sono cam­bia­ti: se Ulis­se era πολύτροπος (polu­tro­pos), cioè scal­tro e dai mol­ti inganni – Dan­te lo cac­cia all’Inferno come tra­di­to­re, ma ne sti­ma chia­ra­men­te l’ingegno e la sete di cono­scen­za , Enea è pio.
Attor­no al caval­lo di legno con­ver­go­no mol­ti più per­so­nag­gi e i Tro­ia­ni non appa­io­no come un popo­lo inge­nuo e cre­du­lo­ne, ma come un popo­lo ingan­na­to e mani­po­la­to non da una mac­chi­na da guer­ra, ben­sì da un esse­re uma­no: Sino­ne, il tra­di­to­re di Corin­to, Sino­ne, che di fron­te a Pria­mo ver­sa lacri­me, pro­prio come Ulis­se­di fron­te ad Alci­noo; ma se quel­le dell’eroe di Ita­ca sono pro­fon­da­men­te vere, que­ste sono arti­fi­cio­se, più anco­ra del caval­lo. Ecco­lo, dun­que, rac­con­ta­re la sua fin­zio­ne, pre­sen­tan­do­si come una vit­ti­ma inno­cen­te: scam­pa­to al sacri­fi­cio che di lui vole­va fare Aga­men­no­ne, per pro­pi­ziar­si gli dèi per il viag­gio del ritor­no, Sino­ne scon­giu­ra Pria­mo di acco­glier­lo come pro­fu­go e di acco­glie­re, con lui, quel simu­la­cro, che i Gre­ci han­no eret­to a ripa­ra­zio­ne ritua­le del fur­to del Pal­la­dio. Disgra­zia su di loro se, come sug­ge­ri­sce lun­gi­mi­ran­te qual­cu­no, ne vio­le­ran­no il ven­tre con la lan­cia e lo respin­ge­ran­no – nota è la pre­sa di posi­zio­ne di Lao­coon­te, divo­ra­to poi dai ser­pen­ti –, ma vit­to­rie ed eter­na­be­ne­vo­len­za degli dèi, se lo isse­ran­no sul­la roc­ca del­la cit­tà: la buo­na fede dei Tro­ia­ni, spie­ta­ta­men­te mani­po­la­ta dal­la fin­zio­ne di un uomo, è loro fatale.



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