«FATE CHE I LUMI ACCOMPAGNINO LA LIBERTA’»


Abbia­mo con­clu­so l’ultimo incon­tro cele­bran­do il gran­de auspi­cio: mas­si­ma feli­ci­tà, divi­sa per il mag­gior nume­ro: abbia­mo det­to che il super­la­ti­vo è rela­ti­vo e, accan­to a mas­si­ma feli­ci­tà, sot­tin­ten­de un pos­si­bi­le che allon­ta­na il pen­sie­ro di Bec­ca­ria e degli Illu­mi­ni­sti tut­ti dal­le bece­re dichia­ra­zio­ni popu­li­ste degli uomi­ni for­ti di ieri e di oggi che gri­da­no di esse­re in gra­do di cam­bia­re il mon­do (chis­sà poi se ci cre­do­no vera­men­te…). L’Illuminismo no, non cre­de di dete­ne­re super pote­ri e restrin­ge il suo sguar­do illu­mi­na­to sul miglio­re mon­do pos­si­bi­le: in que­sto, si avvi­ci­na al Buon gover­no di Loren­zet­ti, dove pove­ri e cat­ti­vi con­ti­nua­no a esi­ste­re, ma sono ogget­to di cura del­la comu­ni­tà e del­la politica.
Abbia­mo capi­to bene cosa sia una leg­ge e cosa sia un rea­to: oggi par­lia­mo del­la clas­si­fi­ca­zio­ne dei rea­ti (i delit­ti) e, final­men­te, del­le pene e del­la giu­sta pro­por­zio­ne fra rea­to e pena. 

I delit­ti si divi­do­no in tre gran­di clas­si, in ordi­ne di gra­vi­tà. Il delit­to peg­gio­re è quel­lo per­pe­tra­to ai dan­ni del­la socie­tà e di chi la rap­pre­sen­ta, poi ci sono i delit­ti con­tro la pri­va­ta sicu­rez­za del cit­ta­di­no e infi­ne quel­li con­tro gli obbli­ghi sta­bi­li­ti dal­la leg­ge. I ragaz­zi sono velo­ci nel por­ta­re esem­pi: nel­la pri­ma cate­go­ria, Tizia­no pone l’assassinio del Pre­si­den­te del­la Repub­bli­ca, Matil­de il rapi­men­to di uno sta­ti­sta (cita la vicen­da di Aldo Moro), Emma la distru­zio­ne di una cit­tà o dei suoi sim­bo­li (come l’11 set­tem­bre); Mat­tia pen­sa ai bro­gli elet­to­ra­li, così comu­ni anco­ra nel­le demo­cra­zie più fra­gi­li e Nico­las alla sot­tra­zio­ne di dena­ro pub­bli­co. Alla secon­da cate­go­ria, chia­ro per tut­ti, appar­ten­go­no l’omicidio, il fur­to, il vili­pen­dio di un cit­ta­di­no. Più dif­fi­ci­le è tro­va­re esem­pi per la ter­za: Matil­de pen­sa all’uso del­le dro­ghe, che for­se rien­tre­reb­be nel­la secon­da cate­go­ria, ben­ché lo spac­cio e l’acquisto sia­no vie­ta­ti dal­la leg­ge. Sug­ge­ria­mo loro che il più comu­ne di que­sti rea­ti è la fro­de fisca­le ai dan­ni del­la comu­ni­tà: non paga­re le tas­se. In real­tà «ogni delit­to, ben­ché pri­va­to, offen­de la socie­tà, ma non ogni delit­to ne ten­ta l’immediata distru­zio­ne» (VIII), pre­ci­sa Beccaria. 

Con i ragaz­zi notia­mo che la gerar­chia pro­po­sta non sem­pre ci tro­va d’accordo e, pro­ba­bil­men­te, tro­ve­reb­be d’accorto pochi cit­ta­di­ni con­tem­po­ra­nei. Tizia­no, per esem­pio, sostie­ne che col­pi­re una per­so­na è la cosa più gra­ve di tut­te e Gabrie­le incal­za, dicen­do che Palaz­zo Mari­no, per quan­to bel­lo, non vale la vita di una per­so­na. Spie­ghia­mo loro che alcu­ni atten­ta­ti con­tro luo­ghi isti­tu­zio­na­li mira­no a col­pi­re, sim­bo­li­ca­men­te, l’intera comu­ni­tà. Ciò che i ragaz­zi dico­no è vero, però dovrem­mo esse­re più scal­tri: i delit­ti di cui mag­gior­men­te si par­la, quel­li su cui si sca­te­na­no gior­na­li, tele­vi­sio­ni e social sono quel­li pri­va­ti, tal­vol­ta con una curio­si­tà che ha del mor­bo­so: il rac­con­to di delit­ti fami­lia­ri e pas­sio­na­li di cui venia­mo a cono­sce­re ogni mini­mo par­ti­co­la­re ci disto­glie dall’universale che tut­ti li sot­ten­de. Così, mol­ti cit­ta­di­ni vivo­no immer­si nel­la cro­na­ca nera e igno­ra­no i gran­di movi­men­ti e i gran­di temi del­la giustizia.
Bec­ca­ria pro­se­gue illu­stran­do razio­nal­men­te il fine del­le pene che è: «non tor­men­ta­re un esse­re sen­si­bi­le, né disfa­re un delit­to già com­mes­so; non è altro che impe­di­re al reo dal far nuo­vi dan­ni ai suoi cit­ta­di­ni e rimuo­ve­re gli altri dal far­ne ugua­li» (XII). Anche in que­sto caso, c’è un po’ di delu­sio­ne: Matil­de sostie­ne che la pena dovreb­be por­ta­re un po’ di pace alla vit­ti­ma. Bec­ca­ria cer­to non lo nega, ma la sua inten­zio­ne di costrui­re una giu­sti­zia razio­na­le e uni­ver­sa­le fa del­la pena un atto esem­pla­re: signi­fi­ca che la pace per le vit­ti­me dovrà esse­re cer­ca­ta in un altro modo, come han­no intui­to in tem­pi più recen­ti quei giu­ri­sti e poli­ti­ci che han­no intro­dot­to i per­cor­si di giu­sti­zia riparativa. 

Affin­ché una pena sia effi­ca­ce, Bec­ca­ria ritie­ne che deb­ba esse­re «pron­ta», ossia il più pos­si­bi­le vici­na al delit­to com­mes­so, così che il reo pos­sa real­men­te sen­ti­re le con­se­guen­ze del male. Tut­ti i ragaz­zi, ovvia­men­te, pen­sa­no alla len­tez­za del­la giu­sti­zia, soprat­tut­to nel nostro Pae­se. Ci sono situa­zio­ni in cui i pre­sun­ti cri­mi­na­li pas­sa­no anni in car­ce­re, in atte­sa di giu­sti­zia. Spie­ghia­mo ai ragaz­zi che il car­ce­re più famo­so di Mila­no, San Vit­to­re, è un car­ce­re cir­con­da­ria­le, ossia un luo­go dove la mag­gior par­te dei dete­nu­ti è anco­ra in atte­sa di giu­di­zio. Il tem­po che scor­re non solo rovi­na l’esistenza di mol­ti, ma tra­sfor­ma il male com­mes­so in male subi­to, man­dan­do a mon­te l’intero siste­ma dei delit­ti e del­le pene.
Bec­ca­ria si sca­glia anche con­tro la tor­tu­ra, uno stru­men­to che oggi, nel­la mag­gior par­te del­le demo­cra­zie, non esi­ste più, ma che ritor­na tal­vol­ta nel­la vio­len­za del­le for­ze dell’ordine, nel rigo­re ecce­si­vo del­la deten­zio­ne e in tut­te quel­le situa­zio­ni in cui il dirit­to vie­ne sospe­so (come è suc­ces­so, noto­ria­men­te, negli USA dopo l’attentato alle Tor­ri Gemel­le). Samue­le ricor­da i pro­ces­si alle stre­ghe e l’Inquisizione; riflet­tia­mo, però, soprat­tut­to, sul fat­to che di soli­to la tor­tu­ra ser­vi­va a estor­ce­re infor­ma­zio­ni o una con­fes­sio­ne, sosti­tuen­do­si così alla giu­sti­zia: con­cor­dia­mo con Bec­ca­ria sul fat­to che l’ultimo modo per cono­sce­re la veri­tà è inflig­ge­re dolo­re, per­ché la vit­ti­ma dirà senz’altro quel­lo che il giu­di­ce vuo­le sen­tir­si dire. Inol­tre, aggiun­ge il filo­so­fo, «l’esito del­la tor­tu­ra è un affa­re di tem­pe­ra­men­to e di cal­co­lo, che varia in cia­scun uomo in pro­por­zio­ne del­la sua robu­stez­za e del­la sua sen­si­bi­li­tà; tan­to che con que­sto meto­do, un mate­ma­ti­co scio­glie­reb­be meglio che un giu­di­ce que­sto pro­ble­ma: data la for­za dei musco­li e la sen­si­bi­li­tà del­le fibre d’un inno­cen­te, tro­va­re il gra­do di dolo­re che lo farà confessare». 

Il dolo­re è com­mi­su­ra­to alla diver­sa per­ce­zio­ne di cia­scu­no, quin­di la tor­tu­ra non ha alcu­na base razio­na­le o scientifica.
Più che la pau­ra del­la sof­fe­ren­za, la pena è effi­ca­ce quan­do dà ai col­pe­vo­li la cer­tez­za del­la sua appli­ca­zio­ne. Il timo­re di un casti­go ter­ri­bi­le, uni­to alla spe­ran­za dell’impunità, non è para­go­na­bi­le alla cer­tez­za di un casti­go, ben­ché più pic­co­lo. Di que­sto, i ragaz­zi par­la­no mol­to: gli adul­ti sono mae­stri nel minac­cia­re puni­zio­ni seve­ris­si­me, così seve­re che non si pos­so­no nem­me­no rea­liz­za­re (se fai que­sto, non ti do più da man­gia­re! o il clas­si­cis­si­mo: ti tol­go il tele­fo­no per un mese, sal­vo poi tre­ma­re di ango­scia, se il ragaz­zi­no non è rag­giun­gi­bi­le h 24, cosa che impli­ca l’immediata resti­tu­zio­ne del mez­zo). Gli esem­pi sui geni­to­ri si mol­ti­pli­ca­no, ma anche a scuo­la capi­ta che un pro­fes­so­re pro­met­ta con­se­guen­ze così deva­stan­ti da esse­re impra­ti­ca­bi­li. Quan­do que­sto acca­de, il mec­ca­ni­smo del­la pena si incep­pa e lede l’autorevolezza di chi la invo­ca. Ma non è affat­to tut­ta col­pa dei ragaz­zi: una pena cer­ta li ren­de­reb­be più con­sa­pe­vo­li. In Pic­cio­let­ta bar­ca, in fon­do, abbia­mo pochis­si­me puni­zio­ni sim­bo­li­che, ma i nostri pic­co­li soci san­no che, quan­do è neces­sa­rio, giun­go­no inesorabili.
La rifles­sio­ne di Bec­ca­ria sul­la pena di mor­te è uno dei gua­da­gni più impor­tan­ti dell’opera. Per la pri­ma vol­ta que­sta bar­ba­ra pena fu eli­mi­na­ta nel 1786 in Tosca­na, men­tre l’Italia accol­se la sua abo­li­zio­ne nel 1889; rein­te­gra­ta duran­te il fasci­smo, solo nel­la Costi­tu­zio­ne del 1948 fu dichia­ra­ta la sua ripul­sa solen­ne, insie­me all’affermazione del rispet­to del­la digni­tà uma­na nell’applicazione del­le altre pene, fina­liz­za­te al recu­pe­ro socia­le dei con­dan­na­ti.   Il ruo­lo di Bec­ca­ria e di altri intel­let­tua­li, in que­sto, fu fon­da­men­ta­le. Poi­ché la leg­ge lavo­ra su quel depo­si­to di liber­tà che ogni cit­ta­di­no ha con­se­gna­to allo Sta­to e poi­ché nes­su­no mai con­se­gne­rà ad altri il dirit­to di ucci­der­lo, nel­la teo­ria giu­ri­di­ca di Bec­ca­ria non c’è alcu­no spa­zio per la pena di mor­te, che altro non è se non un nuo­vo omi­ci­dio. Su que­sto, per for­tu­na, tut­ti i ragaz­zi concordano. 

Dei delit­ti e del­le pene si con­clu­de, come giu­sto che sia, sot­to­li­nean­do l’importanza del­la pre­ven­zio­ne del rea­to che è il fine prin­ci­pa­le di ogni legi­sla­zio­ne. In par­ti­co­la­re, chiu­de sul tema dell’educazione.
«Vole­te pre­ve­ni­re i delit­ti? Fate che i lumi accom­pa­gni­no la liber­tà! […] Un ardi­to impo­sto­re ha le ado­ra­zio­ni di un popo­lo igno­ran­te e le fischia­te di uno illu­mi­na­to. […] L’uomo illu­mi­na­to è il dono più pre­zio­so è il dono più pre­zio­so che fac­cia alla nazio­ne e a se stes­so il sovrano».

La cul­tu­ra, il pen­sie­ro cri­ti­co e la cono­scen­za del­la Sto­ria non pos­so­no esse­re gene­ra­ti dal­la leg­ge, ma sono il pre­sup­po­sto gra­zie al qua­le i ragaz­zi diven­ta­no cit­ta­di­ni con­sa­pe­vo­li e sani: in que­sto, la Pic­cio­let­ta bar­ca, è del tut­to illuminista!



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