IL BARDO E LE SUE RI-SCRITTURE


In que­sta pri­ma par­te del nostro per­cor­so abbia­mo raci­mo­la­to un pic­co­lo teso­ro di temi e di que­stio­ni che la paro­la del­la leg­ge fa sor­ge­re: la distan­za tra la leg­ge e il suo spi­ri­to, la tra­ge­dia di una giu­sti­zia che le leg­gi, da sole, non pos­so­no garan­ti­re, la neces­si­tà di un inte­res­se di tut­ti per il bene comu­ne. È tem­po di vede­re que­sti temi all’opera, intrec­cia­ti con i momen­ti quo­ti­dia­ni e ecce­zio­na­li del­la vita uma­na, ma soprat­tut­to intrec­cia­ti con la liber­tà di cia­scu­no, quel­la liber­tà che si deci­de, spes­so, a un livel­lo mol­to pro­fon­do dell’umano.

Se di pro­fon­di­tà abbia­mo biso­gno, allo­ra, andia­mo a cer­car­la da colo­ro che, per pri­mi, si sono immer­si nel­le con­trad­di­zio­ni e nel­le bel­lez­ze dell’animo uma­no. Secon­do il pare­re di mol­ti, uno di que­sti è Wil­liam Sha­ke­spea­re, il gran­de bar­do del­la cul­tu­ra anglosassone.
Per­so­nag­gio miste­rio­so, su cui abbia­mo tut­to som­ma­to noti­zie piut­to­sto limi­ta­te – al pun­to che qual­cu­no, anco­ra oggi, ne met­te in dub­bio l’esistenza –, a lui dob­bia­mo ben 38 ope­re tea­tra­li, alcu­ne del­le qua­li sono cono­sciu­te in tut­to il mon­do. I ragaz­zi, ovvia­men­te, cita­no subi­to Romeo e Giu­liet­ta, gli aman­ti più ama­ti del­la sto­ria, al pun­to che, oggi, chi va Vero­na – una del­le cit­tà del Nord Ita­lia più ric­che di sto­ria e di monu­men­ti – non man­che­rà di nota­re che il pre­sun­to bal­co­ne di Giu­liet­ta (in real­tà un bal­la­to­io fit­ti­zio, sapien­te­men­te costrui­to nel 1939) è di gran lun­ga il luo­go più affol­la­to. Seb­be­ne non lo abbia­no anco­ra stu­dia­to a scuo­la, tut­ti cono­sco­no anche Amle­to e ne ricor­da­no per­si­no un ver­so: «esse­re o non esse­re, que­sto è il dilem­ma». Matil­de, che è cre­sciu­ta in un pae­se di cul­tu­ra anglo­sas­so­ne, ricor­da Mach­beth; qual­cun altro anche La tem­pe­sta e Sogno di una not­te di mez­za esta­te. Insom­ma, ci accor­gia­mo subi­to di ave­re a che fare con un Auto­re che ha segna­to pro­fon­da­men­te la cul­tu­ra euro­pea e la cui ere­di­tà è for­se para­go­na­bi­le solo a quel­la del nostro ama­to Dan­te. In effet­ti, pro­prio come dan­te, Sha­ke­spea­re non ci ha lascia­to in ere­di­tà solo le sue ope­re, ma anche mol­tis­si­me paro­le del­la lin­gua ingle­se (si dice sia­no cir­ca 1.700).

Quel­lo che, però, mol­ti non san­no, è che Sha­ke­spea­re non fu un inven­to­re di sto­rie. Mai il ter­mi­ne bar­do fu più appro­pria­to: pro­prio come i bar­di e i tro­va­to­ri, egli ela­bo­rò un mate­ria­le nar­ra­ti­vo pre­ce­den­te, nar­rò e riscris­se ope­re che già mol­tis­si­me per­so­ne cono­sce­va­no, mol­te del­le qua­li era­no anche già sta­te scrit­te e già cir­co­la­va­no nei libri. Segno di un tem­po piut­to­sto distan­te da noi, in cui la cul­tu­ra non ave­va pro­prie­tà, in cui non c’erano i dirit­ti d’autore e i tri­bu­na­li che con­dan­na­va­no i pla­gi let­te­ra­ri o musi­ca­li. Abbia­mo già incon­tra­to que­sto tem­po, per la veri­tà, leg­gen­do le tra­ge­die gre­che: anche Sofo­cle o Euri­pi­de spes­so met­te­va­no in sce­na vicen­de che tut­ti cono­sce­va­no, attin­gen­do al gran­de teso­ro del mito. L’attenzione non era, allo­ra, al fina­le del­la sto­ria, ma si rivol­ge­va inte­ra­men­te al modo in cui la sto­ria veni­va rap­pre­sen­ta­ta, ai per­so­nag­gi, alle sce­ne e, ovvia­men­te, alle paro­le. Insom­ma, l’arte di rac­con­ta­re, rap­pre­sen­ta­re e susci­ta­re emo­zio­ni e sen­ti­men­ti fu il gran­de inte­res­se del Bardo.
Da dove attin­ge­va, dun­que, Sha­ke­spea­re, le sue sto­rie? Il Pae­se che, fino ad allo­ra, ave­va rac­col­to il più gran­de e pre­zio­so teso­ro di sto­rie e le ave­va fat­te cir­co­la­re in rac­col­te era, ovvia­men­te, l’Italia. La gran­de sta­gio­ne del­la novel­li­sti­ca ita­lia­na, ini­zia­ta nel Tre­cen­to ma anco­ra mol­to fecon­da nel Cin­que­cen­to, e di cui il più famo­so pro­ta­go­ni­sta è Boc­cac­cio, ave­va pro­dot­to vere e pro­prie rac­col­te di sto­rie di intrat­te­ni­men­to. Il Deca­me­ro­ne, che tut­ti cono­scia­mo e che abbia­mo stu­dia­to a scuo­la, ci con­se­gna non solo le novel­le, ma anche il con­te­sto in cui veni­va­no rac­con­ta­te: un tem­po di vuo­to (cau­sa­to dal­la peste) che un grup­po di per­so­ne vuo­le pas­sa­re nel­la distra­zio­ne e nel diver­ti­men­to. Pro­prio come nel­la cor­ni­ce nar­ra­ti­va di Boc­cac­cio, le novel­le ita­lia­ne era­no fat­te per diver­ti­re, per stu­pi­re, per intrat­te­ne­re. Per que­sto era­no spes­so pie­ne di rife­ri­men­ti ero­ti­ci o tri­via­li, per que­sto i per­so­nag­gi non era­no per­so­ne rea­li, ma piut­to­sto tipi uma­ni: più che rap­pre­sen­ta­re un uomo e una don­na, dove­va­no richia­ma­re a un vizio o a una vir­tù. Il ser­vo è infin­gar­do e vol­ga­re, la don­na è leg­ge­ra e lasci­va, il mer­can­te è un imbro­glio­ne, il cava­lie­re un eroe. Dopo quel­la di Boc­cac­cio, in Ita­lia, si dif­fon­do­no nume­ro­se altre rac­col­te di novel­le, i cui auto­ri più noti sono Mat­teo Ban­del­lo e Gio­van­ni Fiorentino. 

Pro­prio a quest’ultimo dob­bia­mo la sto­ria che gui­de­rà i nostri pros­si­mi pas­si sul tema del­la leg­ge: Il mer­can­te di Vene­zia. Nota come La novel­la di Gian­net­to, dif­fi­cil­men­te Sha­ke­spea­re la les­se in ita­lia­no: mol­to più pro­ba­bil­men­te ne conob­be la ver­sio­ne ingle­se inti­to­la­ta The Pala­ce of Plea­su­re. La tra­ma è l’intreccio tra due sto­rie di per sé piut­to­sto bana­li: una sto­ria d’amore e una sto­ria di riva­li­tà nel com­mer­cio e nel­la finan­za. Pro­ta­go­ni­sta del­la secon­da, coe­ren­te­men­te con una nar­ra­zio­ne fat­ta di ste­reo­ti­pi, è un per­fi­do ebreo, un usu­ra­io che insi­dia un vir­tuo­so mercante. 

Una sosta, su que­sto tema, è dovu­ta. Anzi­tut­to per­ché lo ste­reo­ti­po mostra una real­tà sto­ri­ca con cui è dif­fi­ci­le fare i con­ti: l’antisemitismo. Il popo­lo di Israe­le, esu­le dall’inizio del pri­mo mil­len­nio, è spes­so sta­to ogget­to di odio, di raz­zi­smo, di pre­giu­di­zi. Si trat­ta di una dina­mi­ca mol­to radi­ca­ta e mai real­men­te fini­ta, che ha avu­to il suo api­ce nel­la Shoah, ma che anco­ra oggi emer­ge in modi odio­si. Non affron­te­re­mo in modo diret­to que­sto tema, ma è impor­tan­te segna­lar­lo. Uno dei moti­vi di que­sto odio, nell’Europa cri­stia­na, fu pro­prio l’usura. Fino alla fine del Quat­tro­cen­to, infat­ti, a tut­ti i cri­stia­ni era proi­bi­to arric­chir­si attra­ver­so il pre­sti­to di dena­ro: l’Europa non ave­va anco­ra ela­bo­ra­to l’idea che ci fos­se­ro tas­si di inte­res­se leci­ti e, sem­pli­ce­men­te, i cri­stia­ni non pote­va­no gua­da­gna­re nul­la attra­ver­so il pre­sti­to. Pro­prio per que­sta proi­bi­zio­ne reli­gio­sa, in una socie­tà che sta­va sco­pren­do la sua voca­zio­ne mer­can­ti­le e che dun­que ave­va biso­gno di un siste­ma di cre­di­to, per seco­li gli uni­ci che maneg­gia­ro­no la mone­ta furo­no pro­prio gli ebrei. Nel­la Mer­can­te di Vene­zia, dun­que, insie­me alla nar­ra­zio­ne, entra anche que­sto ste­reo­ti­po, dif­fu­so in altre novel­le dell’epoca, come The Jew of Mal­ta.
Anche riguar­do a que­sto pro­fi­lo così pro­ble­ma­ti­co, tut­ta­via, Sha­ke­spea­re ci sor­pren­de­rà: il mono­lo­go for­se più memo­ra­bi­le di tut­ta l’opera, infat­ti, è pro­prio sul­le lab­bra di Shy­lock, usu­ra­io e per­so­nag­gio nega­ti­vo, ma a cui l’Autore dà una pro­fon­di­tà del tut­to ina­spet­ta­ta. Se è vera la dina­mi­ca che abbia­mo descrit­to, quel­la per cui la vera novi­tà di Sha­ke­spea­re non è la sto­ria, ma la pro­fon­da com­pren­sio­ne psi­co­lo­gi­ca del per­so­nag­gio, que­sto par­ti­co­la­re non pote­va non col­pi­re anche l’intero pub­bli­co e inco­min­cia­re, sep­pur len­ta­men­te, ad abbat­te­re lo ste­reo­ti­po stesso. 

La vicen­da è piut­to­sto sem­pli­ce. Da un lato c’è la sto­ria d’amore tra il gio­va­ne Bas­sa­nio e la bel­lis­si­ma Por­zia (con una secon­da sto­ria d’amore paral­le­la tra il suo ser­vo Gra­zia­no e Neris­sa, ser­va di Por­zia). Dall’altro c’è la riva­li­tà tra il nobi­le mer­can­te di Vene­zia, Anto­nio, e il per­fi­do usu­ra­io Shy­lock. Anto­nio è un mer­can­te ric­co e gene­ro­so, che volen­tie­ri pre­sta il suo dena­ro a chi ne ha biso­gno, sen­za chie­de­re alcun inte­res­se: pro­prio per que­sto tra lui e Shy­lock c’è un gran­de odio reci­pro­co. Ed è pro­prio il dena­ro a intes­se­re insie­me le due sto­rie: Bas­sa­nio, per con­qui­sta­re Por­zia che è una nobil­don­na mol­to ric­ca dell’entroterra vene­to, chie­de ad Anto­nio un pre­sti­to di 3.000 dena­ri. Il mer­can­te lo accon­ten­te­reb­be volen­tie­ri, ma non ha liqui­di­tà, per­ché tut­te le sue navi sono par­ti­te per por­ti lon­ta­ni. Sug­ge­ri­sce, per­ciò, al gio­va­ne ami­co di affi­dar­si all’usuraio, offren­do­si come garante.
L’incontro tra Anto­nio e Shy­lock è un equi­li­bri­smo tra odio e oppor­tu­ni­tà com­mer­cia­le e l’accordo, piut­to­sto sor­pren­den­te, si chiu­de in que­sti ter­mi­ni: Shy­lock pre­ste­rà il dena­ro a Bas­sa­nio sen­za alcun inte­res­se e que­sti glie­lo resti­tui­rà entro tre mesi. Anto­nio, però, facen­do da garan­te, dovrà paga­re l’eventuale pena­le: una lib­bra di car­ne taglia­ta dal suo cor­po dal­le stes­se mani dell’usuraio. L’accordo, davan­ti a un nota­io, diven­ta leg­ge vin­co­lan­te. Solo una for­ma­li­tà – qua­si un gio­co – per Anto­nio, che è cer­to dell’imminente ritor­no del­le sue mer­ci e dei sui denari. 

Eppu­re, come lo spet­ta­to­re sen­za dub­bio si aspet­ta, i com­mer­ci non van­no mai come previsto… 



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